Basi Usa in Italia e crisi Iran, Meloni: “Non siamo in guerra e non vogliamo entrarci”.

Giorgia Meloni

“Non siamo in guerra e non vogliamo entrare in guerra”. Giorgia Meloni sceglie la radio, non l’Aula, per mettere un punto politico sulla crisi in Medio Oriente e sulla postura italiana di fronte all’escalation che coinvolge l’Iran. Ai microfoni di RTL 102.5 la presidente del Consiglio prova a tenere insieme due messaggi: rassicurare il Paese sul coinvolgimento diretto e, allo stesso tempo, ammettere che la situazione la preoccupa “per le ripercussioni sull’Italia”, tra sicurezza, interessi strategici e prezzi che iniziano a salire.

La premier descrive un Iran che “sta sostanzialmente bombardando i Paesi vicini, compresi quelli che si erano spesi per un accordo” sul nucleare. Da qui l’argomento centrale della sua linea: “Stiamo cercando di capire se ci siano i margini per una ripresa del negoziato per il nucleare in Iran”, ma un ritorno al tavolo sarebbe “impossibile” se Teheran “non smette di attaccare i paesi del Golfo, favorendo un’escalation”. È il passaggio con cui Meloni prova a spostare l’asse dalla cronaca militare al terreno diplomatico, agganciandosi alla necessità di una frenata prima che il conflitto diventi ingestibile.

Il tema sull’uso delle basi militari americane sul nostro territorio

Dentro quel quadro entra un tema che, in Italia, accende sempre tensione politica: l’uso delle basi militari americane sul nostro territorio. La presidente del Consiglio precisa che ad oggi “non abbiamo nessuna richiesta in questo senso” e aggiunge che “pare che tutti si stiano attenendo agli accordi bilaterali”. Cita anche la posizione di Madrid come precedente utile per Roma: “La stessa portavoce spagnola ha dichiarato ieri che esiste un accordo bilaterale e che al di fuori di quell’accordo non ci sarà alcun utilizzo delle basi. Vale anche per noi: in Italia abbiamo tre basi militari concesse agli americani in virtù di accordi del 1954 che sono sempre stati aggiornati”. Tradotto: nessuna “sorpresa” fuori cornice e nessun cambio di passo, almeno per ora.

Ma Meloni rivendica anche un’iniziativa concreta sul fronte difensivo: “L’Italia, come Regno Unito, Francia, Germania, intende inviare aiuti ai Paesi del Golfo, parliamo chiaramente di difesa, di difesa aerea”. La motivazione è doppia, politica e pratica: “non solo perché sono nazioni amiche ma perché in quell’area ci sono decine di migliaia di italiani, e circa duemila militari che dobbiamo proteggere. E il Golfo è vitale per gli approvvigionamenti”. È un messaggio che punta a neutralizzare l’accusa di immobilismo, mostrando un sostegno che la premier definisce difensivo e legato alla tutela di connazionali e contingenti.

Nel suo intervento Meloni allarga poi il campo a Gaza e al ruolo dell’Italia nella regione, attaccando direttamente l’opposizione. “Non so che dire dell’ennesima contraddizione dell’opposizione, Gaza era una priorità e ora non lo è più. Non so se ora che non è più utile per fare campagna elettorale non è più importante per loro”, dice, rivendicando invece che per il governo “sicuramente lo è” perché l’Italia “può fare la differenza” ed “è rispettata da tutti gli attori” dell’area. E insiste sulla scelta di partecipare al “Board of Peace”: “sarebbe folle non partecipare” se si può incidere nel “trasformare una tregua molto fragile nella pace”.

L’intervista si chiude con un cambio di marcia tutto interno

Il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo. “Penso ci sia bisogno di cambiare perché la giustizia è uno dei tre poteri fondamentali che servono per far camminare l’Italia ed è quello che in 80 anni non siamo mai riusciti a riformare in modo sostanziale”, afferma Meloni. E aggiunge che “riformare la giustizia è fondamentale per rendere questa nazione moderna”, con un avvertimento secco: “se non ci riusciamo stavolta non avremo un’altra occasione”. È proprio la scelta del mezzo, però, ad accendere la miccia politica.

L’attacco del PD

Le opposizioni avevano chiesto che la premier riferisse in Parlamento sulla strategia del governo, soprattutto nel giorno in cui i ministri Antonio Tajani e Guido Crosetto sono attesi alle Camere per le comunicazioni. Il Pd attacca frontalmente. “La verità è che scappa dal Parlamento: questa mattina parla in una intervista ma non accetta di venire in aula”, accusa il presidente dei senatori dem Francesco Boccia. E avverte che, anche se l’Italia non è formalmente in guerra, “le conseguenze della guerra che sta incendiando una parte del mondo sta entrando dentro la vita delle nostre famiglie e delle nostre imprese”.

Il punto è economico e quotidiano

“I costi dell’energia aumentano, le bollette aumentano, il prezzo del carburante è schizzato alle stelle”, con un “decreto bollette” che, secondo Boccia, “è diventato già carta straccia”. La richiesta è di chiarezza: “dobbiamo conoscere quale è la cornice entro cui si muove il governo… quali sono le misure che metterà in campo per tutelare famiglie e imprese contro gli aumenti dei costi energetici”.

Sulla stessa linea il Movimento 5 Stelle

M5S insiste sul formato “senza contraddittorio”. “Stamattina Meloni ha trovato il tempo per intervenire in radio, con una bella intervista senza contraddittorio, l’ennesima. Non ha trovato però il tempo per il Parlamento”, dicono i capigruppo Riccardo Ricciardi e Luca Pirondini. Poi l’affondo politico: “In aula oggi non ci sarà lei ma le controfigure Crosetto e Tajani”. E la cornice internazionale diventa accusa domestica: “Le conseguenze economiche della guerra dei suoi amici Trump e Netanyahu finiranno, come sempre, nelle tasche degli italiani”.

Per i 5 Stelle, inoltre, manca “nemmeno una mezza parola di condanna per l’attacco unilaterale di Stati Uniti e Israele. Niente. Silenzio totale”. Con un verdetto: “Meloni ancora una volta perfettamente allineata a Washington. E, guarda caso, perfettamente lontana dal Parlamento. Perché le interviste senza contraddittorio sono sempre più comode di metterci la faccia in Parlamento davanti agli italiani”.

La giornata parlamentare dirà se la linea del governo riuscirà a reggere il doppio fronte, quello esterno della crisi con l’Iran e quello interno della tenuta economica. Intanto, nel Paese reale, la parola “guerra” resta fuori dal perimetro ufficiale ma torna a fare rumore: nelle dichiarazioni, nei prezzi e nella domanda che rimbalza da giorni su quanto l’Italia possa restare spettatrice senza diventare, di fatto, una retrovia.