Da giorni Giorgia Meloni si muove sottotraccia. Agenda pubblica praticamente azzerata, poche parole, nessuna esposizione diretta dopo il referendum se non un video asciutto, quasi obbligato. Il resto è silenzio. E quel silenzio, dentro la maggioranza e soprattutto dentro Fratelli d’Italia, viene letto per quello che è: il segnale di una fase delicata, molto più delicata di quanto il governo voglia ammettere.
Perché il problema, ormai, non è soltanto assorbire una sconfitta politica. Il problema è capire come evitare che quella sconfitta diventi l’inizio di una spirale. E così, mentre ufficialmente la macchina va avanti e la destra continua a ripetere che non esistono tentennamenti, nei corridoi di Palazzo Chigi si ragiona soprattutto su una parola: rallentare.
La prima mossa è frenare sulla legge elettorale
Il dossier più sensibile è quello della riforma elettorale. Formalmente il testo procede e l’approdo in commissione serve proprio a mostrare una maggioranza ancora in controllo. Ma dietro la facciata, il ragionamento è cambiato. Sempre di più. L’idea che si sta facendo strada nelle ultime ore è congelare tutto o quasi, prendere tempo, lasciare che la riforma scivoli in fondo alla lista delle urgenze e provare a capire prima che cosa accadrà davvero alla legislatura.
È una scelta che nasce da un calcolo politico molto preciso. Fino a poco tempo fa, cambiare la legge elettorale appariva come una leva utile per mettere in sicurezza il futuro. Oggi, invece, rischia di trasformarsi in un boomerang. Un sistema troppo spinto in senso maggioritario darebbe al centrosinistra l’argomento perfetto: accusare Meloni di voler piegare unilateralmente le regole del gioco nel momento in cui il Paese è stretto da questioni molto più concrete, dal fisco al costo della vita. Un’accusa semplice, potentissima, difficilissima da neutralizzare.
Ed è qui che la presidente del Consiglio si trova intrappolata. Perché continuare con decisione sulla riforma espone al sospetto di un colpo di mano. Fermarsi del tutto, però, significa ammettere implicitamente che il terreno è diventato troppo scivoloso.
Il ritorno del Rosatellum come male minore
Nel frattempo, a Palazzo Chigi tornano a circolare simulazioni e proiezioni. E il quadro, a quanto pare, non è rassicurante. Alcune formule ultra-maggioritarie, che fino a poco fa venivano considerate interessanti per blindare la coalizione, oggi finirebbero invece per favorire le opposizioni. È questo il dato che più inquieta il melonismo: il rischio che, cambiando le regole, si finisca per costruire la cornice perfetta per una sconfitta.
Per questo il Rosatellum, improvvisamente, ricompare come la soluzione meno pericolosa. Non perché entusiasmi davvero qualcuno, ma perché appare come il sistema più gestibile in una fase di incertezza. Certo, con quelle regole il campo largo potrebbe fare bottino in molti collegi del Centrosud e reggere bene anche in altre aree. Ma difficilmente, almeno secondo chi ragiona a Palazzo Chigi, riuscirebbe a tradurre il vantaggio in una vittoria piena e definitiva. Lo scenario più probabile diventerebbe allora quello del pareggio, o comunque di un risultato sospeso.
E per Meloni, in questa fase, il pareggio può sembrare persino meglio della scommessa su una vittoria netta mancata. Perché restare primo partito, anche in una coalizione sotto pressione, significa conservare un peso decisivo nei giochi successivi: dalla formazione di eventuali governi di larghe intese fino alla futura partita per il Quirinale.
Il vero fantasma è perdere le prossime elezioni
È questo il pensiero che, più di ogni altro, sta avvelenando i ragionamenti della maggioranza. Dopo il referendum, l’ipotesi di perdere non è più teorica. È diventata concreta. E nel momento in cui una leadership comincia a misurarsi davvero con questa possibilità, cambia tutto: cambia il ritmo, cambia il tono, cambia perfino il coraggio delle decisioni.
Per Meloni il punto non è solo il destino del governo. È il destino della sua leadership. Una seconda battuta d’arresto, dopo quella referendaria, rischierebbe di aprire una crepa molto più difficile da richiudere. Per questo si continua a tenere sul tavolo l’opzione del voto anticipato, magari in autunno, nonostante le rassicurazioni pubbliche affidate a Tajani e Salvini. Le smentite servono a raffreddare il clima esterno; le valutazioni interne, invece, non si sono mai davvero fermate.
Rimpasto sì, ma senza scosse vere
Dentro questo quadro anche il rimpasto di governo diventa una questione esplosiva. Perché ogni mossa, ogni sostituzione, ogni promozione rischia di trasformarsi in un incidente politico. Meloni non vuole chiedere una nuova fiducia alle Camere. Non vuole aprire la strada a un “Meloni bis”. Non vuole, insomma, dare l’impressione di un governo costretto a rifarsi il trucco perché non regge più la propria immagine.
E allora la linea che prende forma è quella del minimo indispensabile. La casella del Turismo, secondo i ragionamenti emersi in queste ore, dovrebbe restare dentro Fratelli d’Italia. Niente concessioni agli alleati, niente riequilibri troppo vistosi, niente scambi ministeriali in grado di alterare davvero gli assetti. Anche la Lega, almeno in questa fase, non sembra intenzionata a forzare: il Turismo non è considerato una priorità, e persino l’ipotesi di assegnare allo stesso Carroccio un ministero pesante come lo Sviluppo economico viene guardata con freddezza, perché pieno di dossier tossici e di potenziali trappole.
Le inchieste e il clima da accerchiamento
A rendere tutto più complicato c’è poi il contesto. Alcune inchieste minacciano di colpire direttamente o indirettamente figure vicine a Fratelli d’Italia, aggiungendo ulteriore pressione a un partito che già vive una fase di nervosismo crescente. Non è solo un problema giudiziario: è un problema politico, di immagine, di tenuta psicologica.
E poi c’è lo scenario internazionale, che nessuno a Palazzo Chigi immagina in miglioramento rapido. Anzi. Il timore diffuso è che i prossimi mesi possano aggravare ancora di più il quadro economico e geopolitico, togliendo margine a qualsiasi tentativo di rilancio. In un clima del genere, anche il semplice recupero di consenso diventa molto più difficile.
La cautela come unica strategia
Ecco allora il punto vero di questa fase: la cautela non è più un atteggiamento, è diventata una strategia. Rallentare sulla legge elettorale, non forzare sul rimpasto, valutare senza annunciare, smentire in pubblico e continuare a riflettere in privato. È un governo che ufficialmente corre, ma in realtà frena. Che continua a parlare di solidità, ma intanto misura ogni passo con la paura di sbagliare.
Il vicolo cieco in cui si è infilata Meloni è tutto qui. Da una parte la necessità di mostrarsi forte. Dall’altra l’impossibilità di ignorare che il terreno si è fatto improvvisamente meno favorevole. E quando il potere comincia a muoversi con questo grado di prudenza, significa che il timore non è più soltanto quello di perdere una battaglia. È quello di aprire una fase che nessuno, nel melonismo, sa davvero come controllare.







