Il mondo brucia davvero, e non è una metafora da talk show. C’è la guerra che non finisce, c’è l’energia che torna a far paura, c’è l’inflazione che non muore mai del tutto, c’è la sanità che scricchiola, c’è un Paese che invecchia e un lavoro che ringiovanisce solo nel precariato. E dentro questo quadro, l’Italia politica riesce nella prodezza di appassionarsi a una domanda che, detta così, sembra già una parodia: a chi appartiene Tolkien?
Elly Schlein la mette giù netta: «Dobbiamo riprenderci Tolkien». La frase è costruita bene, suona come una chiamata alle armi culturali, un “riappropriamoci” che ha il sapore della sfida simbolica. Solo che il simbolo, quando è staccato dalla carne viva della realtà, rischia di diventare un teatro di marionette. E qui, per citare il vicequestore Rocco Schiavone, un bel “sticazzi” ce lo vogliamo mettere? Non per snobismo verso la letteratura, ma per istinto di sopravvivenza politica: perché quando la gente chiede risposte su stipendi, case, bollette e servizi, l’opposizione che si lancia a capofitto su un dibattito di egemonia culturale sembra semplicemente aver scelto la battaglia più comoda. Quella in cui non si rischia nulla, perché non si tocca niente.
Il punto non è Tolkien. Il punto è l’opposizione. Perché la sfida al governo Meloni, oggi, avrebbe bisogno di una cosa antica: un conflitto chiaro sugli interessi, non sui simboli. Invece la sinistra italiana sembra spesso incapace di mordere dove fa male e preferisce punzecchiare dove è innocuo. Non è la prima volta. È una dinamica ricorrente: quando la politica si sente debole sui temi duri, si rifugia nei temi identitari. Sono più maneggevoli, più “raccontabili” sui social, più facili da trasformare in appartenenza. E soprattutto non ti costringono a risolvere nulla, perché una volta che hai “ripreso” Tolkien non devi spiegare come riduci le liste d’attesa o come rimetti in piedi il potere d’acquisto. Devi solo continuare a parlare.
Poi, sia chiaro: il “caso Tolkien” non nasce dal nulla. La destra italiana, da decenni, ha costruito un pezzo della propria auto-narrazione su quel mondo: l’idea di comunità, il mito del fronte, la tentazione epica, il gusto per una simbologia che dà un’identità e un’estetica. È stata una scorciatoia culturale perfetta: prendere un’opera amatissima e usarla come specchio in cui vedersi più nobili, più profondi, più “radicati” di quanto la politica quotidiana consenta. Perché la politica reale è fatta di compromessi, l’epica no. L’epica ti fa sentire puro anche quando stai facendo manovre di palazzo.
Schlein prova a rovesciare quel tavolo, a dire: non è roba vostra. Ma qui arriva il cortocircuito. Perché Tolkien, da sempre, è un terreno scivoloso perfino per chi lo studia seriamente. E lo dici tu stesso nel materiale: gli studiosi si dividono sul significato politico dell’opera. Da una parte c’è chi rifiuta ogni rimando all’attualità, sottolinea l’incompatibilità tra la saga e le letture “di parte”, ricorda che Tolkien detestava le allegorie e che il suo mondo è, prima di tutto, mitopoiesi e lingua, nostalgia e cosmologia. Dall’altra c’è chi legge nel Signore degli Anelli una filigrana di temi che possono parlare benissimo anche al presente: antimilitarismo, ecologia, antiautoritarismo, il potere assoluto dell’Anello come corruzione, la centralità dei “piccoli” contro i grandi, il rifiuto della forza come soluzione definitiva. Non è una disputa da poco: è il classico caso in cui più ti avvicini con un’etichetta politica, più l’opera ti sfugge.
E infatti la frase «riprenderci Tolkien» è perfetta per un comizio ma pessima per un dibattito vero, perché dà per scontato che Tolkien sia stato “rubato” e che ora vada “restituito”. Ma Tolkien non è una bandiera sul balcone. È un autore mondiale, attraversato da letture contraddittorie, proprio perché è più grande delle letture che lo vogliono addomesticare. Il rischio, allora, è doppio: da un lato Schlein fa un regalo alla destra, che può rispondere “vedete? vogliono toglierci perfino Tolkien”, dall’altro presta il fianco a chi, nel Paese reale, pensa che l’opposizione stia giocando a Risiko culturale mentre la casa va a fuoco.
Ed è qui che entra il concetto che Tommaso Labate racconta bene: il “rubabandiera” è diventato un vizio di sistema. Non è solo Schlein. È una tentazione trasversale: se il tuo avversario ha un’icona, tu provi a strappargliela dalle mani per indebolirlo sul piano simbolico. È successo con autori, canzoni, citazioni, perfino con Gramsci: la destra “intellettualmente più attrezzata” ha provato a mettere fiches su Gramsci, massimo teorico dell’egemonia culturale, come se bastasse citare l’avversario per neutralizzarlo. È il gioco del prestigio: ti prendo il tuo santo e lo metto sull’altare mio. Solo che l’Italia, intanto, resta senza ospedali funzionanti, senza un piano industriale credibile, senza una strategia di lungo periodo sulla scuola. Ma vuoi mettere la soddisfazione di un post virale?
Il rubabandiera, nella versione salviniana, diventa addirittura musicale: De André, Guccini, Rino Gaetano, Fossati. È un altro modo per far finta di avere una profondità che la politica, da sola, non ti costruisce più. È marketing identitario travestito da cultura. E quando Guccini risponde «Piaccio a Salvini? Anche Dante era letto da porci e cani», non è solo una battuta: è una radiografia. Perché l’operazione è evidente a tutti. Eppure funziona, perché in un Paese dove la cultura è spesso un simbolo di status, appropriarsi di un simbolo è un modo rapido per dire “io sono legittimo”.
Schlein, dunque, sceglie quel campo. Ma qui sta il problema politico: se fai la battaglia culturale senza fare prima la battaglia materiale, sembri un partito che parla a una nicchia. E quando dici “dobbiamo riprenderci Tolkien” mentre milioni di persone non riescono a “riprendersi” il carrello della spesa, l’effetto è devastante. Non perché la cultura non conti, anzi: la cultura conta moltissimo. È che la cultura, in politica, pesa quando è la conseguenza di una linea, non quando è la sostituzione di una linea. Altrimenti diventa un diversivo.
C’è poi un aspetto più cinico, ma realistico: il 2027. Lo dici anche tu: la battaglia non sarà solo politica ma anche culturale. Ed è vero. Le elezioni si vincono anche raccontando un mondo. Ma per raccontare un mondo devi avere un progetto. E qui la sensazione è che la sinistra stia cercando una scorciatoia: se non riesco a inchiodarti sui risultati, ti inchiodo sull’immaginario. Se non posso batterti sul merito di governo, provo a delegittimarti sul terreno dei simboli. Il problema è che Meloni, da comunicatrice, su quel terreno ci sguazza. E quando l’opposizione le offre un duello “alto” ma innocuo, lei ringrazia e incassa.
Perché la verità è che la sfida seria a Meloni non sta in chi legge Tolkien “meglio”. Sta nel mettere a nudo contraddizioni, promesse mancate, scelte che spostano risorse, potere e diritti. Sta nel costringere il governo a rispondere su numeri e conseguenze. E soprattutto sta nel costruire un’alternativa che non sia solo “noi non siamo loro”, ma “noi facciamo questo”. Se l’opposizione non riesce a fare quel salto, allora diventa una comitiva che litiga su chi deve tenere l’Anello al dito mentre Mordor avanza. E sì, lo so: l’immagine è facile. Ma è proprio per questo che fa male.
Tolkien, se proprio vogliamo restare dentro la saga, ha una lezione politica molto più semplice di qualunque appropriazione culturale: l’Anello corrompe chi lo vuole usare per un fine “giusto”. È l’idea del potere assoluto che non si doma, ti doma. Ecco, la politica italiana oggi sembra fare una cosa simile: vuole usare la cultura come Anello per conquistare consenso rapido. Ma più la stringe, più si allontana dal Paese reale. E allora, invece di “riprenderci Tolkien”, forse sarebbe il caso di riprenderci un’opposizione che faccia opposizione. Quella sì che sarebbe una novità epica. E quella sì che, senza bisogno di codici promo e slogan da palco, potrebbe diventare davvero una battaglia che vale la pena combattere.







