Milano-Cortina 2026, Italia da record: cinque medaglie in un solo giorno e il medagliere azzurro parte a razzo

Cinque medaglie in un solo giorno. Già questa frase basterebbe a spiegare l’umore di Milano-Cortina 2026: un’Olimpiade cominciata con l’Italia che non si limita a “esserci”, ma si prende la scena. Un record mai raggiunto prima ai Giochi invernali dagli Azzurri, che nelle edizioni precedenti si erano fermati al massimo a tre medaglie in una giornata. Qui, invece, il contatore impazzisce subito. Il pubblico si abitua in fretta a guardare il tabellone e a chiedersi non “se” arriverà un’altra medaglia, ma “quando”.

Il primo colpo di giornata arriva dal biathlon, con l’argento della staffetta mista. Un podio che profuma di solidità, di lavoro di squadra, di nervi tenuti a freno quando il bersaglio e il tempo ti chiedono lucidità assoluta. E nelle parole delle protagoniste si sente tutto. Lisa Vitozzi ammette di essere stata “più agitata del solito”, ma di aver portato a casa “una gran bella staffetta”. Dorothea Wierer parla di possibilità concrete e di una tensione che, in un’Olimpiade in casa, non è mai un dettaglio: “Oggi molto nervosa. Ora godiamoci al massimo questo momento”. È il biathlon nella sua forma più onesta: o stai in equilibrio, o cadi.

Poi la neve diventa una passerella per un altro bronzo pesante, quello di Sofia Goggia nella discesa libera femminile. Goggia la racconta senza la solita sceneggiatura zuccherata: “Peccato avrei preferito l’oro, ma bisogna avere sempre una visione generale”. Sembra una frase da manuale, ma detta da una che sulla neve ci lascia pezzi di vita, suona come una dichiarazione di mentalità. Il podio è una tappa, non un traguardo emotivo.

A completare il “cinque su cinque” che vale il primato, arrivano altri bronzi che allargano il quadro e raccontano un’Italia più profonda della solita cartolina. Lucia Dalmasso nello snowboard parallelo femminile, uno sport che non concede pause: o sei aggressiva, o sei fuori. Riccardo Lorello nel pattinaggio di velocità sui 5.000 metri, medaglia conquistata “nella sua Milano”, anzi nella sua Rho. Come se il ghiaccio avesse deciso di fare un favore alla geografia e trasformare casa in spinta. Davanti a lui soltanto il ceco Metodej Jilek e il norvegese Peder Kongshaug: un podio internazionale vero, senza sconti.

Dominik Fischnaller nello slittino, bronzo che conferma una continuità recente. A Pechino 2022 era già salito sul podio, e qui ribadisce che non è un lampo ma una specialità in cui l’Italia sa ancora graffiare. “Carabiniere 32enne di Bressanone”, viene ricordato. Perché a queste Olimpiadi i dettagli contano, e l’identità sportiva si mescola spesso con quella dei gruppi militari. Con tutto ciò che significa in termini di preparazione e disciplina.

E mentre si celebra il record delle cinque medaglie, la giornata — come spesso succede quando l’onda prende forza — continua ad aggiornare il conto. A Bormio, nella discesa libera maschile, arrivano un argento e un bronzo che cambiano anche la narrazione della squadra. Giovanni Franzoni è secondo, Dominik Paris è terzo. La gara la vince lo svizzero Franjo von Allmen in 1’51’’61. Franzoni chiude in 1’51’’81, a 20 centesimi dall’oro. Il classico distacco che ti fa rivedere una curva cento volte, perché non è “tanto”, è “quello che ti resta addosso”. Paris arriva in 1’52’’11, a mezzo secondo.

E per Domme, a 36 anni, è una specie di cerchio che si chiude, la prima medaglia olimpica che mancava nel palmarès. Lui la vive con quella lucidità mista a sollievo che appartiene ai campioni quando capiscono di essersi tolti un peso. “Ci ho provato così tante volte… è una cosa bellissima essere riuscito a fare una sciata del genere su una pista così difficile”. E poi quel passaggio sul compagno, che non è solo una pacca sulla spalla ma un messaggio da spogliatoio. Franzoni “resiste anche quando c’è pressione” e questo “vuol dire che abbiamo un altro giovane che gareggia per il podio”. Traduzione: non è un episodio, è un segnale di ricambio.

Franzoni, dal canto suo, racconta la gara in modo quasi cinematografico: giorni senza tensione. E poi, prima della partenza, il peso che arriva tutto insieme, le “gambe dure”, il tempo dell’avversario visto sul tabellone. E quella decisione di partire “decisissimo” perché altrimenti vieni mangiato vivo. E poi l’ammissione che fa male, quella che rende una medaglia più umana. “Non ho fatto una traiettoria pulitissima alla Carcentina, credo di aver lasciato lì la vittoria”. Un solo passaggio, un punto della pista, ed ecco la distanza tra l’oro e l’argento. Alle Olimpiadi è spesso così: non perdi contro un uomo, perdi contro un millimetro.

Il medagliere, intanto, prende forma con una regola antica e spietata: contano gli ori, poi gli argenti, poi i bronzi. E l’Italia sa bene qual è l’obiettivo dichiarato che circola attorno alla spedizione. Superare le 20 medaglie di Lillehammer ’94, il riferimento emotivo e statistico di ogni Olimpiade invernale azzurra. Qui, in più, c’è un altro elemento che rende tutto più vertiginoso. I Giochi mettono in palio medaglie in 116 gare, un numero mai così alto. Più opportunità, sì, ma anche più concorrenza e più pressione. Perché quando sei in casa, ogni pista sembra doverti qualcosa, e invece non ti regala niente.

C’è anche un dettaglio istituzionale che si incastra in questa partenza a razzo. L’esordio “fortunato” per il presidente del Coni Luciano Buonfiglio alla prima Olimpiade da numero uno del Comitato olimpico. È una nota di cornice, certo, ma nelle grandi manifestazioni le cornici contano. Fanno racconto, danno un volto, creano la percezione di una spedizione che funziona.

Ecco perché la parola “record” non è un titolo ad effetto, oggi. È una fotografia. L’Italia ha iniziato Milano-Cortina 2026 con una giornata che non somiglia a una promessa ma a un avviso. Gli Azzurri ci sono, e quando la neve comincia a cadere sul serio, la differenza tra partecipare e mordere si vede subito. Oggi l’hanno vista tutti. Domani, a questo punto, toccherà abituarsi.