Milano non è più soltanto la capitale della moda o della finanza italiana. È diventata, nel giro di pochi anni, una calamita per i grandi patrimoni del pianeta, un porto sicuro dove attraccano yacht invisibili fatti di conti correnti, holding e trust familiari. A certificarlo è il rapporto annuale di Henley&Partners, rilanciato dal Sole 24 Ore, che fotografa un dato destinato a far discutere: nel capoluogo lombardo vive oggi un milionario ogni dodici abitanti, il tasso più alto al mondo.
La svolta ha una data precisa, il 2020, quando l’effetto combinato della Brexit, dell’instabilità fiscale francese e della flat tax italiana sui redditi prodotti all’estero ha iniziato a spostare verso sud l’asse dei capitali europei. La norma, introdotta nel 2017 dal governo Renzi, consente ai nuovi residenti facoltosi di pagare un’imposta sostitutiva fissa, indipendentemente dall’ammontare dei guadagni maturati fuori dall’Italia. Un magnete potentissimo per chi gestisce patrimoni globali e cerca stabilità normativa.
Così, mentre Londra perdeva smalto e Parigi irrigidiva il prelievo, Milano ha aperto le porte a un esercito silenzioso di paperoni. I primi ad arrivare sono stati i professionisti della City, attratti da un costo della vita più basso rispetto alla capitale britannica e da un contesto urbano capace di offrire servizi di livello internazionale. Poi il flusso si è allargato a tedeschi, nordeuropei, francesi in fuga dal fisco, ma anche a turchi, brasiliani e argentini con grandi capitali da reinvestire.
Il mercato immobiliare è stato il primo termometro del cambiamento. Lo racconta Barbara Magro, regina del Luxury Real Estate milanese, che in questi anni ha visto passare tra le mani operazioni degne di un romanzo finanziario. I nuovi arrivati non cercano appartamenti qualunque, ma pezzi unici, dimore da seicento o settecento metri quadrati nel cuore storico della città, cortili segreti, terrazze che guardano le guglie del Duomo. Nel suo album dei ricordi spiccano la villa Mondadori di via XX Settembre, venduta nell’estate 2021 per ventidue milioni di euro, e un attico in Porta Venezia volato via per dieci milioni.
A cambiare non è stata solo la quantità delle transazioni, ma la geografia dei compratori. Accanto a nomi noti dell’alta finanza come Elio Leoni Sceti, ex ceo di Emy Music, Bart Becht della multinazionale Reckitt Benckiser o Richard Gnodde di Goldman Sachs, si sono affacciati investitori meno conosciuti al grande pubblico ma potentissimi nei rispettivi settori. Il russo-israeliano Alexey Ustaev ha puntato su interi palazzi, l’imprenditore indiano Rishal Jitendra Shah si è assicurato il mega attico Gucci di piazza San Babila, trasformando lo skyline del lusso cittadino in una mappa internazionale.
E poi c’è l’ombra lunga di Bernard Arnault, patron di Lvmh e tra gli uomini più ricchi del mondo, che nel 2023 ha messo le mani su Casa degli Atellani in corso Magenta per sessanta milioni di euro. Un segnale simbolico, quasi un timbro di legittimazione per una Milano che vuole giocare nella stessa serie di New York, Dubai e Singapore.
L’arrivo dei super ricchi ha prodotto un effetto domino su tutti i settori collegati. Le scuole internazionali hanno visto esplodere le iscrizioni: Andersen, Bdc, St. Louis, Mile School lavorano a pieno regime con rette che superano i ventitremila euro l’anno. Le famiglie chiedono programmi bilingue, campus all’americana, servizi di trasporto dedicati. Intorno a questo mondo ruotano studi legali e fiscali di caratura globale, come Withers in via Durini, specializzati nella tutela di patrimoni complessi e nel delicato equilibrio tra residenze, trust e successioni.
Anche la socialità si è ridisegnata. Milano è diventata una città per club privati, luoghi dove fare affari senza telecamere e incontrare simili per censo. Casa Cipriani in Porta Venezia chiede tremila euro l’anno di retta, The Wild nell’ex palazzetto di Santo Versace arriva a quattromila, The Core Club in corso Matteotti seleziona gli iscritti come un college inglese. Non sono semplici circoli, ma reti di relazioni dove si decidono investimenti, fusioni, nuove operazioni immobiliari.
La ristorazione di alta gamma vive una stagione d’oro. Dalla Langosteria di via Montenapoleone agli stellati che punteggiano il centro, fino alle terrazze dei grandi hotel, il conto difficilmente scende sotto i cinquanta euro a portata. Camerieri che parlano tre lingue, cantine da collezione, concierge capaci di organizzare in un’ora un volo privato per Cortina o un tavolo a Montecarlo. È un’economia parallela che cresce accanto a quella tradizionale e ne ridisegna i confini.
Questo afflusso ha cambiato anche la percezione della città. Milano non è più solo un luogo dove lavorare, ma dove vivere stabilmente. I nuovi residenti portano famiglie, assumono personale, ristrutturano edifici storici, finanziano fondazioni culturali. Alcuni investono in start up tecnologiche, altri in collezioni d’arte, altri ancora in squadre sportive e progetti filantropici. Il capoluogo lombardo si è trasformato in un laboratorio di convivenza tra vecchia borghesia meneghina e nuova aristocrazia globale.
Non mancano, sottotraccia, le tensioni. L’impennata dei prezzi immobiliari ha spinto verso l’alto anche il mercato ordinario, rendendo più difficile l’accesso alla casa per la classe media. Quartieri un tempo popolari sono diventati zone di pregio, con affitti che corrono più veloci degli stipendi. Ma la macchina del lusso continua a girare, alimentata da un regime fiscale che molti Paesi europei guardano con invidia.
Milano, intanto, si gode il ruolo di culla dei paperoni. Tra le vie silenziose del centro, dietro portoni ottocenteschi e facciate restaurate, si nasconde una geografia invisibile di patrimoni che hanno scelto l’Italia come nuova patria. Una rivoluzione discreta, iniziata quasi per caso e diventata in pochi anni uno dei motori più potenti della trasformazione urbana.







