Minneapolis brucia di nuovo: l’uccisione di Renee Nicole Good scatena la rivolta contro Trump e la sua America militarizzata

Proteste negli USA dopo l’uccisione di Renee Nicole Good

Croci e fiori affondati nella neve sporca, all’angolo tra Portland Avenue e la 34esima strada di Minneapolis. È qui che mercoledì notte Renee Nicole Good, 37 anni, cittadina americana, poetessa e madre di tre figli, è stata uccisa da un agente federale mentre assisteva a una retata contro immigrati irregolari. Due colpi di pistola, esplosi a distanza ravvicinata, che hanno trasformato un’operazione di polizia in un caso politico nazionale e hanno riaperto una ferita che in questa città non si è mai davvero rimarginata dai giorni dell’uccisione di George Floyd.

Attorno al Bishop Henry Whipple Federal Building la protesta è esplosa nel giro di poche ore. Lacrimogeni, spray urticanti, proiettili di gomma. Migliaia di persone in strada contro quella che viene percepita come l’ennesima prova di una deriva autoritaria mascherata da sicurezza. «Chi ci difenderà ora?», sussurra in ginocchio Laura Matson, mentre Jordan Coffer parla apertamente di «esecuzione a sangue freddo». Le immagini girate da più testimoni mostrano l’auto di Renee che tenta di allontanarsi, le ruote girate verso destra, e non un attacco contro gli agenti, come invece sostiene la versione ufficiale.

La Casa Bianca, però, non ha atteso un solo istante prima di emettere la sua sentenza politica. Prima ancora che un’inchiesta indipendente potesse prendere forma, l’amministrazione di Donald Trump ha bollato Renee come una “terrorista”, un’agitatice inserita in una presunta rete di estremisti di sinistra. Una narrazione che ha l’effetto immediato di spostare il processo dal comportamento dell’agente al profilo della vittima, trasformando una donna uccisa in strada in un bersaglio postumo.

A rendere il quadro ancora più esplosivo è la decisione dell’Fbi di arrogarsi l’indagine in via esclusiva, escludendo le autorità locali del Minnesota. Una scelta che, secondo molti, serve a blindare il racconto federale ed evitare che emergano elementi in contraddizione con la linea già fissata da Washington. «Hanno già deciso di chi è la colpa», ha accusato il governatore Tim Walz, che conosce bene le dinamiche di una città messa all’angolo dalla repressione, avendo affrontato da governatore anche la crisi del 2020.

Walz non usa mezzi termini. Accusa l’amministrazione Trump e il vicepresidente JD Vance di soffiare sul fuoco per creare il caos necessario a giustificare una nuova militarizzazione. «Avete fatto abbastanza. Non abbiamo bisogno di voi», ha detto rivolgendosi direttamente a Washington, invitando i cittadini a manifestare senza cadere nella trappola della violenza. Perché, avverte, ogni vetrina rotta rischia di diventare il pretesto per trasformare Minneapolis in un territorio occupato.

La risposta federale è stata opposta. Vance ha tenuto una lunga conferenza stampa accusando i media di essere «attivisti» e annunciando un’immunità totale per l’agente che ha sparato. Secondo la Casa Bianca, l’uomo avrebbe agito per legittima difesa, temendo di essere investito, nonostante i video mostrino una dinamica diversa e nonostante i soccorsi siano arrivati solo dopo quindici minuti, mentre un medico presente sulla scena veniva allontanato dagli agenti.

Intanto l’offensiva anti-immigrazione in Minnesota, iniziata da settimane, continua. Lo Stato ospita una delle più grandi comunità di origine somala degli Stati Uniti, più volte presa di mira dalla retorica trumpiana. Renee Nicole Good non era un’immigrata irregolare, ma una cittadina americana. Ed è proprio questo dettaglio ad aver mandato in crisi la strategia comunicativa della Casa Bianca, costretta ora a criminalizzare la vittima per salvare il racconto di una guerra interna combattuta in nome dell’ordine.

La protesta si è allargata rapidamente. Veglie con le candele, cortei spontanei, manifestazioni da New York a Los Angeles, da Chicago a Seattle. Minneapolis è diventata di nuovo un simbolo, una polveriera che racconta un’America spaccata, dove la linea tra sicurezza e repressione è sempre più sottile. «Lasciate stare questo Stato», ha ammonito Walz, definendo il Minnesota una linea del fronte della democrazia.

Resta una domanda sospesa, che rimbalza tra le strade innevate e i palazzi federali: se una cittadina americana può essere uccisa durante una retata e trasformata in un nemico pubblico nel giro di poche ore, fino a che punto può spingersi un potere che ha già deciso di non riconoscere più limiti? A Minneapolis, quella risposta non è più teorica. È scritta sull’asfalto.