È il giorno più lungo. Quello in cui si misura la scienza, ma anche il coraggio. Al Monaldi di Napoli sono arrivati gli ispettori inviati dal Ministero della Salute per acquisire tutta la documentazione relativa al trapianto del cuore danneggiato impiantato al bambino. Un passaggio formale, ma pesante. Dopo Napoli, gli ispettori si sposteranno a Bolzano per completare l’acquisizione degli atti.
Dentro l’ospedale, però, la scena è un’altra. Sono arrivati i luminari convocati per il consulto multispecialistico che dovrà dire l’ultima parola: esistono ancora le condizioni cliniche per tentare un nuovo trapianto, ora che un cuore compatibile è disponibile? È questa la domanda che tiene sospesa una famiglia e, ormai, un Paese intero.
La task force riunisce specialisti provenienti da diversi centri d’eccellenza: Carlo Pace Napoleone dell’Ospedale Regina Margherita di Torino, Giuseppe Toscano dell’Azienda ospedaliera dell’Università di Padova, Amedeo Terzi dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo, Rachele Adorisio e Lorenzo Galletti dell’Ospedale Bambino Gesù di Roma, Guido Oppido dello stesso Monaldi. Nomi che raccontano il massimo livello possibile di competenza. Dopo la visita al bambino, è prevista una riunione tecnica in cui gli esperti dovranno assumersi la responsabilità più difficile: decidere.
Fuori dal reparto di terapia intensiva, la madre aspetta. Non è dentro, perché – spiega l’avvocato della famiglia, Francesco Petruzzi – «in questo momento i medici stanno visitando il bambino, dato che è sveglio. Credo che la presenza della madre possa in qualche modo emozionarlo». Una frase che restituisce la fragilità del momento. Il bambino è sveglio. E i medici lo stanno valutando.
C’è un dato, però, che pesa come un macigno. «Secondo quello che ci ha riferito uno dei medici – dichiara l’avvocato – c’è un 10 per cento di possibilità di riuscita dell’operazione». Dieci per cento. Una cifra che in medicina può rappresentare una speranza, ma che per un genitore è una vertigine. Eppure la risposta è netta: «La mamma è d’accordo a provare».
Non è una decisione presa alla leggera. È la scelta di non fermarsi davanti a una percentuale. Di affidarsi alla possibilità, per quanto minima. È anche il segno di quanto sia sottile la linea tra prudenza clinica e tentativo estremo. Il nuovo cuore è disponibile, ma la domanda è se il piccolo organismo possa reggere un secondo intervento dopo quanto accaduto.
Nel frattempo, l’inchiesta amministrativa va avanti. L’arrivo degli ispettori segna l’apertura di una fase di verifica formale: carte, protocolli, passaggi decisionali. La documentazione verrà acquisita prima a Napoli e poi a Bolzano, dove il cuore era stato prelevato e da dove era partito il trasporto che ha sollevato interrogativi.
Ma oggi il centro di tutto è una stanza di terapia intensiva. Un bambino sveglio, circondato da medici che valutano parametri, compatibilità, resistenza. E una madre che aspetta fuori, pronta ad accettare anche una probabilità minima pur di non rinunciare a un tentativo.
La decisione arriverà dopo il consulto. Sarà tecnica, collegiale, basata su numeri e condizioni cliniche. Ma qualunque sia l’esito, avrà il peso di una scelta che va oltre la medicina. Perché quando una madre dice «si tenti» davanti a un 10 per cento, non sta facendo un calcolo. Sta scegliendo di credere che anche una piccola possibilità meriti di essere giocata fino in fondo.







