Naufragio di Cutro, la perizia accusa: “Quelle cento vite si potevano salvare”, in aula il peso dei mancati soccorsi

Naufragio di Cutro – corteo in ricordo delle vittime, Ipa @lacapitalenews.it

“Quelle cento vite si potevano salvare”. In aula, al processo sui mancati soccorsi al caicco Summer Love naufragato a Cutro, le parole dell’ex ammiraglio Salvatore Carannante arrivano nette, senza margini. Una frase che pesa più di una ricostruzione tecnica, perché chiama in causa tempi, scelte e responsabilità di quella notte.

Carannante, incaricato dalla Procura di Crotone di redigere una superperizia sulle condizioni operative e meteorologiche, ha illustrato davanti al tribunale le conclusioni di mesi di lavoro. Secondo la sua analisi, i mezzi disponibili avrebbero potuto intervenire e sarebbero arrivati sul luogo del naufragio con un anticipo stimato di circa due ore. Un tempo che, nella dinamica di un disastro in mare, può fare la differenza tra la vita e la morte.

Le motovedette e il mare forza 4

Uno dei punti centrali della perizia riguarda proprio le condizioni del mare. Quella notte, secondo quanto ricostruito, il mare era forza 4. Una situazione impegnativa, ma non eccezionale per mezzi progettati per operazioni in contesti difficili.

Carannante è stato esplicito: le motovedette della Guardia di finanza e il pattugliatore disponibili erano perfettamente in grado di affrontare quel tipo di mare. Non solo. L’ex ammiraglio ha aggiunto un elemento personale, che rende ancora più forte la valutazione tecnica: “Io sarei uscito”. Una frase che non è solo una dichiarazione, ma una presa di posizione sulla valutazione del rischio e sulle scelte operative compiute.

Le sue conclusioni si inseriscono in una linea già emersa in precedenza, richiamando quanto sostenuto anche dall’ex comandante della Capitaneria di porto di Crotone, Nicola Aloi. Un rafforzamento, quindi, di una tesi accusatoria che punta a dimostrare come le condizioni ambientali non fossero tali da giustificare l’assenza di intervento.

Il nodo del monitoraggio e il ruolo di Frontex

Ma il punto forse ancora più delicato riguarda il monitoraggio del caicco. L’imbarcazione, infatti, era stata segnalata da Frontex circa sei ore prima del naufragio. Un elemento che, secondo la perizia, avrebbe dovuto attivare un controllo continuo, indipendentemente dalla classificazione dell’operazione.

Carannante lo ha spiegato con chiarezza in aula: anche se l’intervento era stato inquadrato come operazione di polizia e non di ricerca e soccorso, il natante doveva comunque essere seguito. Il monitoraggio, secondo il perito, avrebbe dovuto avvenire tramite radar, oppure – in caso di malfunzionamento – con l’impiego di mezzi aerei come elicotteri o aerei.

L’obiettivo, in questo caso, non era necessariamente intervenire subito, ma mantenere il contatto con l’imbarcazione fino al suo ingresso nelle acque territoriali italiane. Una procedura che, sempre secondo la ricostruzione presentata, non sarebbe stata seguita in modo adeguato.

Il processo e il peso delle responsabilità

Le conclusioni della superperizia rappresentano ora uno degli elementi più rilevanti nel processo che vede imputati sei ufficiali. Non si tratta soltanto di stabilire cosa sia accaduto, ma di capire se e in che misura le scelte operative abbiano inciso sull’esito tragico di quella notte.

Il naufragio di Cutro, con oltre cento vittime e più di trenta bambini, resta una delle tragedie più gravi degli ultimi anni nel Mediterraneo. Ma il processo in corso non si limita alla dimensione del dramma umano. Entra nel dettaglio delle decisioni, dei protocolli, delle catene di comando.

E proprio su questo terreno la perizia di Carannante assume un peso determinante. Perché sposta il focus da una fatalità inevitabile a una sequenza di possibilità non sfruttate. Da ciò che è accaduto a ciò che, secondo l’accusa, sarebbe potuto accadere diversamente.

Il tribunale dovrà ora valutare queste conclusioni insieme agli altri elementi del processo. Ma una cosa, ormai, emerge con forza dal dibattimento: la notte di Cutro non è più solo una tragedia. È diventata una domanda aperta sulle responsabilità. E sulle occasioni perdute.