Negli Epstein Files nomi e immagini delle vittime non censurati: il Dipartimento di Giustizia corre ai ripari. E riaffiora il mistero del figlio segreto

Files Eptein

La pubblicazione degli Epstein Files da parte del Department of Justice ha aperto uno squarcio che va oltre il perimetro giudiziario del caso Jeffrey Epstein. Nella sterminata mole di documenti rilasciati – oltre tre milioni di pagine – emergono infatti gravi falle nella tutela delle vittime: nomi completi, fotografie e persino video non censurati sono finiti online, nonostante l’obbligo di oscurare qualsiasi elemento potesse consentire l’identificazione delle persone abusate. Un rilascio che ha immediatamente suscitato indignazione e allarme, costringendo l’amministrazione americana a promettere interventi correttivi “tempestivi” su segnalazione.

Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, all’interno del materiale pubblicato compaiono almeno quaranta immagini non oscurate, probabilmente parte di un archivio privato. Le fotografie ritraggono giovani donne e adolescenti nude, con volti riconoscibili, in ambienti che spaziano dalle camere da letto ad altri spazi interni, fino a scorci che sembrano rimandare all’isola privata di Epstein. In parallelo, un’analisi dei documenti ha rivelato che i nomi completi di 43 delle 47 vittime esaminate non erano stati oscurati. In molti casi si tratta di persone che non hanno mai reso pubblica la propria identità o che erano minorenni al momento degli abusi. Attraverso la funzione di ricerca per parole chiave del Dipartimento di Giustizia, fino a domenica pomeriggio, quei nomi risultavano facilmente rintracciabili insieme a dettagli personali, inclusi indirizzi di casa.

La reazione delle vittime non si è fatta attendere. Annie Farmer, che ha testimoniato in tribunale raccontando di essere stata manipolata e abusata da adolescente da Epstein e dalla sua complice Ghislaine Maxwell, ha definito la pubblicazione delle immagini e dei dati “estremamente inquietante”. Una definizione che sintetizza il sentimento di chi, dopo anni di processi e testimonianze, si ritrova nuovamente esposto, questa volta per effetto di una gestione controversa degli archivi.

Di fronte alle critiche, una portavoce del Dipartimento di Giustizia ha assicurato che l’agenzia sta lavorando “senza sosta” per rispondere a dubbi e preoccupazioni delle vittime e per intervenire su qualsiasi file che richieda ulteriori modifiche ai sensi della legge. Domenica, il vice procuratore generale Todd Blanche ha ribadito ad ABC News che l’obiettivo resta la protezione delle persone coinvolte. “Ogni volta che riceviamo una segnalazione da una vittima o dal suo avvocato in cui si afferma che il nome non è stato correttamente oscurato, interveniamo immediatamente”, ha dichiarato, parlando di errori che riguarderebbero lo “0,001%” dell’intero materiale. Una percentuale che, però, non attenua l’impatto simbolico e concreto di quelle esposizioni.

Dentro lo stesso archivio continuano intanto ad affiorare elementi che alimentano vecchi interrogativi mai risolti. Tra questi, il mistero sull’eredità di Epstein e sui suoi rapporti con la famiglia reale britannica, in particolare con l’ex duca e l’ex contessa di York. In un’email del 21 settembre 2011, attribuita a Sarah Ferguson e firmata semplicemente “Sarah”, l’ex duchessa si congratula con Epstein per la nascita di un bambino, nonostante il finanziere fosse già stato condannato per reati sessuali. “Non so se sei ancora su questo Bbm, ma ho saputo dal Duca che hai avuto un figlio maschio”, si legge nel messaggio, accompagnato da parole di affetto, amicizia e congratulazioni. In un secondo messaggio, inviato pochi minuti dopo, Ferguson aggiunge un passaggio più amaro: “Sei scomparso. Non sapevo nemmeno che stessi per avere un bambino. Per me era chiarissimo che eri amico solo per arrivare ad Andrew, e questo mi ha ferita profondamente”.

Quelle frasi hanno riacceso le speculazioni su eventuali eredi di Epstein. Ufficialmente, non è mai stato confermato che il finanziere abbia avuto figli e non esistono atti pubblici che lo attestino. Dopo la sua morte nel 2019, la società Morse Genealogical Services lanciò un appello per individuare “figli sconosciuti”, ricevendo oltre cento segnalazioni da presunti discendenti, alcune provenienti dal Regno Unito. Nessuna di queste richieste è stata confermata e molte sono state archiviate come tentativi opportunistici o speculativi di accedere a una parte dell’eredità.

A complicare ulteriormente il quadro c’è un’inchiesta del New York Times del 2019, secondo cui Epstein avrebbe discusso progetti per “seminare la razza umana”, ipotizzando di diventare padre di decine di bambini attraverso surrogate o programmi di riproduzione nella sua tenuta del New Mexico. Idee estreme, rimaste sulla carta, di cui non è mai emersa alcuna prova di attuazione.

Nel frattempo, mentre Washington tenta di correggere le falle nella gestione dei file, resta una sensazione di profonda ambiguità. Da un lato la promessa di trasparenza assoluta su uno dei casi più oscuri degli ultimi decenni, dall’altro il rischio concreto che quella trasparenza finisca per travolgere ancora una volta proprio chi avrebbe dovuto essere protetto. Gli Epstein Files continuano così a produrre rivelazioni, indignazione e nuove domande, confermando che la vicenda del finanziere americano è tutt’altro che chiusa, e che ogni nuova pubblicazione può aprire ferite che non si sono mai davvero rimarginate.