Niente sfida all’Ok Corral in tv: Mediaset non va contro Sanremo nonostante le ospitate all’arcinemico Corona

Palazzo Rai e Mediaset

La guerra, quando è guerra, non sempre ha bisogno dei cannoni. A volte basta un telecomando. E negli ultimi mesi il telecomando italiano è diventato un campo minato: da una parte la Rai, dall’altra Mediaset. In mezzo, un personaggio che funziona come benzina su un falò già acceso: Fabrizio Corona, l’arcinemico di Cologno Monzese che dalla tv di Stato ha avuto microfoni, divani, luci buone e la possibilità di sparare a palle incatenate contro la famiglia Berlusconi e contro i volti più riconoscibili di Canale 5.

Da lì in poi, il copione era scritto. Non nel senso romantico, ma nel senso più televisivo del termine: lo scontro non poteva restare confinato alle dichiarazioni, ai retroscena, ai “si dice”. Doveva spostarsi lì dove il pubblico si misura davvero, serata dopo serata. E quale ring migliore del Festival di Sanremo? La settimana più importante dello spettacolo italiano, quella in cui la Rai porta a casa share come se fossero fette di torta già tagliate e Mediaset, tradizionalmente, decide se mordere o aspettare che passi la tempesta.

E invece, questa volta, la notizia ha il sapore della resa. O, se vogliamo, di una resa che cerca di sembrare scelta razionale: “Nessuna guerra: Pier Silvio Berlusconi si arrende al Festival di Sanremo”, recita il senso della mossa. Nessuna controprogrammazione accesa, nessun grande show inedito per fare a sportellate con Carlo Conti e con la macchina sanremese. Dal 24 al 28 febbraio su Canale 5 – sempre secondo gli aggiornamenti di programmazione circolati – si va di serie turche e film in replica. Un palinsesto che non ha il profumo della sfida, ma quello del “tappabuchi” elegante: il modo più rapido per non bruciarsi e, al tempo stesso, per non regalare l’idea che la partita si giochi davvero.

Il dettaglio che fa rumore è proprio questo: l’assenza. L’assenza di un’arma pesante. L’assenza di un titolo che gridi “venite qui, non guardate loro”. In un’epoca in cui la televisione vive anche di simboli, il simbolo è chiarissimo: Mediaset non si mette di traverso a Sanremo. E in un momento in cui la tensione tra le due aziende appare “ormai guerra aperta” – complice la gestione Rai del personaggio Corona – l’idea di non attaccare suona quasi come un messaggio. Non è pace: è tregua armata. E, spesso, la tregua armata è la forma più sofisticata della guerra.

Secondo la ricostruzione del palinsesto, Canale 5 avrebbe deciso di ridurre quasi completamente l’offerta di prima serata nella settimana indicata tra il 23 e il 28 febbraio (nel testo circola anche la data 2025, mentre il riferimento è a Sanremo 2026). Rumor e voci online parlavano di una strategia aggressiva, di una controprogrammazione pensata per sottrarre pubblico al Festival condotto da Carlo Conti con la partecipazione di Laura Pausini. E invece, niente. Smentita secca, senza bisogno di comunicati: basta guardare cosa va in onda.

Il cambio di rotta sarebbe visibile già domenica 22 febbraio, quando “Chi vuol essere milionario? – Il Torneo” verrebbe sostituito da “Io sono Farah”. Una decisione spiegata più con le Olimpiadi di Milano-Cortina che con Sanremo, visto che quel giorno è prevista la cerimonia di chiusura dei Giochi. Tradotto: in calendario c’è già un evento nazionale che assorbe attenzione e promozione, e l’idea di tirare fuori un titolo forte rischia di trasformarsi in un boomerang. Meglio spostare pezzi, coprire, attendere.

Lunedì 23 spazio a “Zelig – Svisti e Mai Visti”, una specie di best of con i momenti migliori dell’ultima edizione. Martedì 24, data d’inizio del Festival, Canale 5 riproporrebbe ancora “Io sono Farah”. Poi mercoledì 25 e giovedì 26, al posto di fuochi d’artificio, arrivano i film d’archivio: “Il Gladiatore” e “Come un gatto in tangenziale”.

Venerdì 27 si torna alla soap turca con Demet Özdemir, sabato 28 la chiusura è affidata al sequel “Come un gatto in tangenziale 2Ritorno a Coccia di Morto”. Nel mezzo, “C’è posta per te” di Maria De Filippi si prende una settimana di riposo: altro segnale che pesa. Perché se non mandi in campo il tuo attaccante migliore, non è che “non ti interessa la partita”: è che non vuoi rischiare di perdere male.

Il resto del gruppo resta in assetto ordinario. Italia 1 tiene “Le Iene” la domenica e il mercoledì; Rete 4 non cambia rotta e conferma i suoi presìdi: “Fuori dal Coro”, “Quarta Repubblica”, “È sempre Cartabianca”, “RealPolitik”, “Dritto e Rovescio”, “Quarto Grado”. Programmi che hanno un pubblico affezionato e fedele, un pubblico che difficilmente si sposta su Sanremo per “vedere chi canta”, ma che può restare a casa sua, nel suo recinto televisivo, a prescindere dalle luci dell’Ariston. È una forma di concorrenza laterale: non attacchi il Festival, ma provi a non farti mangiare tutto il resto.

E sull’access, la scelta è quella del corpo a corpo quotidiano: nel preserale resta “La Ruota della Fortuna”. Gerry Scotti e Samira Lui – viene sottolineato – potrebbero “dare del filo da torcere” al PrimaFestival, lo speciale che anticipa le serate sanremesi e che quest’anno sarebbe affidato a tre donne: Ema Stokholma, Manola Moslehi e Carolina Rey. Qui, più che una guerra, sembra una schermaglia di confine: nessuno pensa di far cadere Sanremo con un preserale, però si può provare a limare qualche punto, a difendere l’abitudine del pubblico, a ricordargli che prima di scegliere la canzone della serata c’è una ruota da girare.

Dentro questo quadro, le parole di Pier Silvio Berlusconi – pronunciate all’incontro con la stampa dello scorso dicembre – suonano come la didascalia perfetta della scena. “Noi non controprogrammiamo Sanremo; se, in base al mercato ci converrà, faremo qualcosa. Altrimenti rallentiamo“, aveva detto l’amministratore delegato. Poi aveva aggiunto, con la chiarezza di chi vuole evitare equivoci: “Come sempre Rete 4 proporrà i suoi programmi, Italia 1 manderà Le Iene, Canale 5 non sprecherà C’è Posta per Te. Le serie tv turche? Saranno in onda”, aveva chiarito. E su Scotti aveva anticipato: “Non vedo perché dovrebbe fermarsi, al massimo potrebbe durare meno”.

La domanda, allora, non è se Mediaset sfiderà Sanremo. La risposta sembra già nei palinsesti: no, non lo farà. La domanda è un’altra, più sottile e più politica: perché scegliere il “rallentiamo” proprio adesso, quando lo scontro con la Rai è percepito come frontale? La lettura più semplice è industriale: Sanremo è un treno troppo grosso da fermare, e andare a sbatterci contro può costare caro in ascolti, in immagine, in investimenti bruciati in cinque sere. La lettura più maliziosa è strategica: se la Rai vuole il monopolio del grande rito nazionale, che se lo prenda pure, ma poi non dica che “non c’è concorrenza”. E soprattutto: che non si stupisca se la concorrenza si sposta altrove, su altri tavoli, su altre partite, magari meno vistose ma più decisive.

Perché è qui che la “guerra aperta” cambia forma. Non è più soltanto la serata contro la serata. È la narrazione contro la narrazione, il posizionamento contro il posizionamento. Rai che ospita e amplifica, Mediaset che incassa e segna sul taccuino. E in fondo, nell’industria dell’intrattenimento, la vendetta non ha bisogno di urlare: le basta ricordare. E scegliere il momento giusto per farlo.