Non c’è solo Alberto Trentini. È questo il primo dato che emerge, con forza, dal dossier venezuelano che nelle ultime settimane ha ricominciato a muoversi sotto traccia, tra contatti ufficiali, canali paralleli e una fitta rete diplomatica che coinvolge Roma, Washington, il Vaticano e alcune capitali sudamericane. Gli italiani – o italo-venezuelani – detenuti nelle carceri di Caracas sono 28. Un numero alto, rimasto a lungo nell’ombra, mentre l’attenzione mediatica si concentrava quasi esclusivamente sul cooperante diventato, suo malgrado, il simbolo dei “prigionieri politici” dell’era Maduro.
Trentini è il caso più esposto, il più fragile e anche il più complicato. Non gli è mai stata formalmente contestata alcuna accusa. Nessun capo d’imputazione, nessun processo, nessuna sentenza. Solo uno status indefinito, quello di detenuto politico, che rende ogni trattativa più lenta e ambigua. Ed è proprio questa assenza di accuse a trasformarlo in un problema politico prima ancora che giudiziario.
Negli ultimi giorni, però, qualcosa si è mosso. Non abbastanza da parlare di svolta, ma a sufficienza per far filtrare segnali considerati “incoraggianti” dagli apparati italiani. Sono stati liberati Luigi Gasperin, Biagio Pilieri e si attende ora un esito positivo anche per Mario Burlò. Tre casi diversi, tre profili differenti, ma un unico filo conduttore: nessuno di loro aveva ormai un valore simbolico tale da rendere la liberazione politicamente “costosa” per il governo venezuelano.
Il nome di Trentini, invece, pesa. È diventato un emblema internazionale. Lo dimostra il fatto che, nelle ultime 48 ore, sia intervenuto direttamente anche Luiz Inácio Lula da Silva, sottolineando come la sua liberazione rappresenterebbe “un atto di riconciliazione con la storia recente del Venezuela”. Parole pesanti, che arrivano da uno dei leader più ascoltati in questa fase di transizione sudamericana.
Sul piano formale, la trattativa passa da un contatto diretto tra il governo italiano guidato da Giorgia Meloni e l’esecutivo venezuelano rappresentato da Delcy Rodríguez. In parallelo, il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha consegnato una lista di quattro detenuti italiani al segretario di Stato americano Marco Rubio, inserendo il caso italiano dentro un quadro di pressioni multilaterali.
Accanto alla diplomazia ufficiale, si muovono però i canali informali: intelligence, messaggi indiretti, segnali giudiziari. Tra questi, il più rilevante è stato il patteggiamento concesso in Italia ad Alex Saab, ministro dell’Industria del governo Maduro e figura centrale del sistema economico venezuelano, insieme alla moglie Camilla Fabri. Un atto giudiziario compiuto “nei limiti del codice”, ma letto a Caracas come un segnale politico: l’Italia non intende colpire il Venezuela per via giudiziaria.
Quel segnale, inizialmente, sembrava destinato a produrre effetti immediati. Non è accaduto. Secondo i mediatori, il quadro si è nuovamente irrigidito quando Donald Trump ha iniziato a lanciare segnali di escalation contro Caracas e, successivamente, dopo la telefonata di Meloni alla leader dell’opposizione María Corina Machado, gesto considerato poco gradito da Rodríguez.
E poi c’è il Vaticano. Un lavoro paziente, silenzioso, che va avanti da mesi. Il sottosegretario Alfredo Mantovano ha coordinato un’azione parallela che passa dai canali ecclesiastici, dalla Comunità di Sant’Egidio e da una rete di contatti che la Santa Sede mantiene storicamente in Venezuela. Non è un dettaglio che il segretario di Stato vaticano Pietro Parolin sia stato nunzio apostolico proprio a Caracas: conosce uomini, dinamiche e fragilità di quel sistema di potere.
Gli “atti di buona volontà” non sono mancati. Le telefonate concesse a Trentini, la visita dell’ambasciatore italiano, i contatti diretti dei sottosegretari Edmondo Cirielli e Giorgio Silli. C’è stata anche la missione del diplomatico Luigi Vignali, conclusa però con un nulla di fatto, dopo promesse disattese e incontri saltati all’ultimo momento.
Per questo, nelle ultime ore, alle notizie considerate rassicuranti sugli altri detenuti si è accompagnato il silenzio più totale su Trentini. Nessuna conferma, nessuna smentita. Ed è un silenzio che gli apparati italiani avevano messo in conto. Il suo dossier è il più delicato perché non riguarda solo una persona, ma l’immagine internazionale del Venezuela.
Liberarlo significherebbe ammettere che è stato detenuto senza accuse. Tenerlo in carcere significa continuare a pagare un prezzo diplomatico crescente. È su questo crinale che si gioca una partita fatta di pazienza, segnali e attese. E in cui, oggi più che mai, speranza e paura convivono.







