La vicenda di Andrea Pucci continua a produrre onde lunghe, e questa volta arriva fino a Milano, la città che solo due anni fa gli ha assegnato l’Ambrogino d’oro. Dopo l’uscita di scena dal Festival di Sanremo e le polemiche sul suo stile comico, a intervenire è il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, che replica indirettamente a una difesa arrivata da destra e, in particolare, alle parole del presidente del Senato Ignazio La Russa.
Sala non fa del caso una priorità politica, ma sceglie comunque di segnare un confine netto. “Non è che questa vicenda sia al centro dei miei interessi”, premette, interpellato su quanto accaduto. Poi però entra nel merito di una tesi che negli ultimi giorni ha fatto discutere: l’idea secondo cui il linguaggio e le modalità espressive di Pucci rappresenterebbero “gli italiani a cena”. Un concetto rilanciato anche da La Russa in un’intervista, e che il sindaco di Milano respinge senza troppi giri di parole.
“Semmai commenterei alcune voci che sono arrivate da destra secondo cui Pucci, il suo linguaggio e le modalità con cui si esprime sono quelli degli italiani a cena”, osserva Sala. Ed è a quel punto che arriva la frase destinata a restare: “Ecco, io credo che posso essere accusato di tutto ma non di essere un bacchettone, ma spero che a cena a casa mia non si parli in quel modo”.
Una risposta che non entra nel giudizio artistico sul comico, ma sposta la discussione su un terreno culturale e simbolico. Non è una censura, né un attacco personale. È una presa di distanza da una rappresentazione dell’“italiano medio” che Sala non riconosce, né come sindaco né come cittadino. Il messaggio è chiaro: difendere Pucci come “specchio del Paese” è una forzatura, e soprattutto non può diventare una giustificazione universale.
La polemica nasce dall’addio di Andrea Pucci al Festival di Sanremo, maturato dopo le critiche sul livello e sul tono della sua comicità. Un caso che, come spesso accade, ha rapidamente superato i confini dello spettacolo per trasformarsi in un dibattito più ampio su linguaggio, gusto e confini dell’ironia. Da una parte chi difende Pucci in nome della “pancia del Paese”, dall’altra chi contesta l’idea che volgarità o battute aggressive siano un tratto identitario nazionale.
In questo contesto si inserisce la posizione di Sala, che ha un peso particolare non solo per il suo ruolo istituzionale, ma anche per un precedente non secondario: Milano è la città che nel 2023 ha conferito a Pucci l’Ambrogino d’oro, la massima onorificenza civica. Un riconoscimento che oggi torna inevitabilmente nel dibattito, come se quel premio rendesse la città automaticamente corresponsabile o chiamata a schierarsi.
Sala, però, evita accuratamente questo scivolamento. Non rinnega l’onorificenza, non chiede abiure, non entra nella contabilità dei meriti passati. Si limita a separare i piani: un conto è il successo popolare di un artista, un altro è trasformare quello stile in un modello culturale da rivendicare come “normale” o rappresentativo di tutti.
La replica a La Russa, in questo senso, è anche un segnale politico più ampio. Non tanto contro Pucci, quanto contro una narrazione che tende a legittimare qualsiasi linguaggio in nome del “così parla la gente”. Sala ribalta l’assunto: la gente è plurale, diversa, e non può essere ridotta a una caricatura da tavolata rumorosa. E soprattutto, aggiunge implicitamente, le istituzioni non sono obbligate ad applaudire.
Il riferimento alla “cena” è tutt’altro che casuale. È un’immagine domestica, quotidiana, che La Russa aveva utilizzato per normalizzare lo stile del comico. Sala la usa per fare l’operazione opposta: riportarla dentro una sfera privata e personale. “A casa mia”, dice. Non in astratto, non in teoria. È lì che il discorso diventa concreto, quasi disarmante: nessuna crociata moralista, solo una preferenza culturale rivendicata con naturalezza.
In filigrana resta una frattura che va oltre il singolo caso. Da un lato c’è l’idea che il linguaggio “grezzo” sia autenticità, verità, contatto con il popolo. Dall’altro c’è chi sostiene che l’autenticità non coincida automaticamente con il rumore, e che l’ironia non debba per forza scivolare nella battuta urlata per essere efficace. Due visioni che oggi si scontrano spesso, soprattutto quando lo spettacolo incrocia la politica.
Il caso Pucci, così, diventa un pretesto per una discussione più ampia su cosa si intenda per rappresentatività culturale. E Milano, città che da sempre rivendica un certo equilibrio tra popolarità e misura, si ritrova ancora una volta al centro di un confronto simbolico. Non per giudicare un comico, ma per dire che non tutto ciò che fa ridere qualcuno può essere elevato a ritratto collettivo.
La frase di Sala chiude il cerchio con una semplicità quasi spiazzante. Nessuna scomunica, nessuna lezione. Solo un auspicio domestico, che però pesa come una dichiarazione di metodo: si può difendere la libertà di espressione senza doverla scambiare per un obbligo di adesione. Anche a cena. Anche davanti a una battuta.







