La campagna sul referendum per la riforma della giustizia si riaccende con uno scontro frontale che, stavolta, non resta confinato al solito duello tra governo e toghe: travolge il lessico, il tono, e finisce per trasformarsi in una battaglia identitaria. A far detonare la polemica è Carlo Nordio, ministro della Giustizia, che in una serie di dichiarazioni rilasciate ai giornali del Nord Est del Gruppo Nem torna ad attaccare il procuratore di Napoli Nicola Gratteri e, soprattutto, definisce quello vigente al Csm un sistema «para-mafioso», indicando nel sorteggio la leva per spezzare il meccanismo.
Nordio descrive il Consiglio superiore della magistratura come un ingranaggio dominato dalle correnti e da rapporti di forza che, a suo dire, condizionano carriere e giudizi disciplinari. «I magistrati nella loro maggioranza non sono ideologizzati: sono le correnti ad essere strumenti di potere e carriera». Poi entra nel dettaglio, con una sequenza di immagini che punta a rendere concreto il sistema che denuncia: «Quando si elegge il Csm, iniziano le telefonate». E ancora: «E quando un magistrato va davanti alla sezione disciplinare, può trovare chi gli ha chiesto il voto viceversa. Se non ha un “padrino” è finito, morto».
Il ministro lega la sua tesi anche alla questione dell’Anm, indicata come snodo di appartenenza quasi obbligatoria: «I magistrati iscritti all’Anm sono il 97%: una percentuale bulgara. Perché? Perché se non ti iscrivi non fai carriera, se vuoi avanzare devi aderire». Per Nordio, il sorteggio avrebbe proprio il compito di “rompere” questa catena. Alla domanda se basti davvero, risponde senza attenuare i termini: «Il sorteggio rompe questo meccanismo “para-mafioso”, questo verminaio correntizio, come l’ha definito l’ex procuratore antimafia Roberti, poi eletto con il Pd al parlamento europeo», e lo chiama anche «un mercato delle vacche».
Nel frattempo Nordio, in un’intervista al Mattino di Padova, torna sulle parole di Gratteri e usa espressioni durissime. «Mi ha sorpreso perché per quanto la persona sia abbastanza determinata, per certi aspetti imprevedibile, non avrei mai pensato che avrebbe superato tutti i limiti della decenza». Poi insiste sulla necessità di introdurre verifiche psicoattitudinali: «Un’uscita di senno. Ripeto che è necessario l’esame psicoattitudinale e psichiatrico non solo per chi entra in magistratura, ma anche per chi sta per uscirne». E aggiunge che è «ancora più grave» il fatto «che si sia giustificato come se non fosse in grado di interpretare le sue stesse idee».
Sul referendum, Nordio sostiene di non temere la politicizzazione, pur riconoscendone l’esistenza: «No, mi delude». E cita i sondaggi: «I sondaggi dicono chiaramente che la maggioranza degli italiani è favorevole alla riforma. Ben due su tre sono favorevoli alla separazione delle carriere». A suo avviso, però, una parte del “no” sarebbe motivata dall’obiettivo di colpire l’esecutivo: «Ma alcuni di loro voteranno no sperando di far cadere il governo». Quindi rivendica una scelta comunicativa: «Non abbiamo mai dato» al voto «un connotato politico. Non faremo l’errore di Renzi». E taglia corto sulle conseguenze: «Se vincesse il no non cadrebbe in nessun caso il governo», perché «in parlamento abbiamo una maggioranza schiacciante». L’esito, dice, sarebbe un altro: «L’unico risultato sarebbe quello di fermare la riforma. E sarebbe una vittoria di quei pochi magistrati che sguazzano nel verminaio ai danni dei cittadini, di destra e di sinistra».
La reazione del Partito democratico arriva immediata e con toni da allarme istituzionale. A partire da Elly Schlein, che attacca il ministro e chiama in causa direttamente Giorgia Meloni. «Svegliarsi con un’intervista del ministro Nordio che assimila i magistrati ai mafiosi è una cosa gravissima, soprattutto se a farlo è il ministro della Giustizia», dice la segretaria dem. E aggiunge: «Ci aspettiamo che Giorgia Meloni prenda immediatamente le distanze da queste parole e ci aspettiamo le scuse da parte del ministro».
Schlein insiste sul confine che, a suo giudizio, non può essere superato neppure in campagna referendaria: «C’è una campagna elettorale ma non si possono fare affermazioni che paragonino i magistrati ai mafiosi, è una cosa che insulta anche la storia di tanta magistratura che si è battuta per anni contro le mafie, che ha pagato con il prezzo della vita». Quindi cita nomi simbolo: «Parliamo di persone come Paolo Borsellino, Giovanni Falcone, Rosario Livatino, Rocco Chinnici. E’ inaccettabile che un ministro parli in questo modo dei magistrati».
La linea dem viene ribadita anche sui social e in Parlamento. Il senatore Walter Verini, capogruppo Pd in Commissione Antimafia, scrive su X: «Nordio, volto del fallimento del governo: giustizia quotidiana, carceri…in tre anni molto è peggiorato. La sua “riforma” mina l’indipendenza della magistratura. Ieri, però, lei ha toccato il fondo. Non straparli, chieda scusa. Perché le mafie i magistrati li hanno uccisi». Dario Parrini, vicepresidente della Commissione Affari costituzionali, alza ulteriormente i toni: «Carlo Nordio ha ormai perso il controllo di sè e delle proprie parole. Si dimostra un irresponsabile di prima categoria che non ha le qualità per ricoprire il delicato incarico affidatogli». Debora Serracchiani, responsabile Giustizia nella segreteria Pd, definisce le parole del ministro «gravissime» e afferma: «Paragonare i magistrati italiani ai mafiosi é di una gravità inaudita e se lo fa il Ministro della giustizia in carica, sa tanto di eversione».
Nel merito, la polemica ruota attorno a due piani che si sovrappongono e si alimentano: da un lato la riforma e la proposta del sorteggio come strumento per spezzare il peso delle correnti; dall’altro, il linguaggio usato per descrivere quel sistema. Nordio parla di «meccanismo para-mafioso», «verminaio correntizio», «mercato delle vacche». Il Pd risponde accusando il ministro di assimilare i magistrati alla mafia e di colpire una storia di sacrifici e sangue. In mezzo resta un referendum che, come spesso accade, diventa inevitabilmente un test politico: non solo su una riforma, ma sull’idea stessa di giustizia e sul rapporto di forza tra governo e magistratura.







