Obama, gli alieni e il grande enigma americano: “Sono reali, ma non li ho mai visti e non sono nascosti nell’Area 51”

Barack Obama

Se c’è una cosa che negli Stati Uniti non passa mai di moda è il sospetto. E se c’è un sospetto che non invecchia mai è quello sugli alieni. Questa volta, però, a riaccendere il dibattito non è un ex agente con la voce rotta dall’emozione, né un video sgranato girato nel deserto del Nevada. È stato un ex presidente degli Stati Uniti. E non uno qualunque: Barack Obama.

Durante un’intervista nel podcast “No Lie”, condotto dal podcaster progressista Brian Tyler Cohen, Obama si è prestato a un botta e risposta rapido. Domande veloci, risposte ancora più veloci. Finché arriva quella che ogni americano, prima o poi, si aspetta: gli alieni sono reali?

La risposta è stata sorprendente per semplicità e per tono: «Sono reali, ma non li ho mai visti». Niente risata liberatoria, niente battuta da salotto televisivo. Una frase secca, pronunciata senza ironia evidente. Subito dopo, però, la precisazione che smonta mezzo secolo di immaginario collettivo: non sono custoditi nell’Area 51.

E qui la scena diventa quasi cinematografica. Perché l’Area 51 non è solo una base militare nel Nevada. È il tempio laico della cospirazione americana. Il luogo dove, secondo i complottisti, sarebbe stato nascosto un alieno catturato, sezionato, studiato. Dove i governi avrebbero custodito i rottami di dischi volanti precipitati nel deserto. Dove la verità, insomma, dormirebbe sotto metri di cemento e segreti.

Obama, invece, liquida la questione con una frase che è insieme ironica e disarmante: «Non esiste alcuna struttura sotterranea, a meno che non ci sia un’enorme cospirazione e l’abbiano nascosta al presidente degli Stati Uniti». Tradotto: o non c’è niente, oppure qualcuno è stato così bravo da non dirlo nemmeno a me.

Il paradosso è tutto qui

Se c’è un uomo che dovrebbe sapere, è il presidente. Se il presidente dice di non sapere, o il segreto è talmente enorme da superare la Casa Bianca, oppure semplicemente non esiste. Ma negli Stati Uniti la seconda ipotesi è sempre meno affascinante della prima.

Storicamente, l’Area 51 è stata usata per testare velivoli segreti durante la Guerra Fredda, come gli U-2 e i Blackbird. Progetti reali, classificati, decisivi nello scontro con l’Unione Sovietica. Ed è proprio attorno a quei programmi che la stessa intelligence americana avrebbe alimentato, in passato, la leggenda degli alieni: meglio far credere a un disco volante che spiegare un aereo spia.

Eppure, l’ossessione non si è mai spenta. Anzi, negli ultimi anni è tornata centrale anche nella politica ufficiale. Nel 2024 il Congresso ha tenuto audizioni sugli Ufo, oggi ribattezzati UAP, oggetti volanti non identificati. Militari, piloti, funzionari hanno raccontato avvistamenti, anomalie, dati difficili da spiegare. Non prove di extraterrestri, ma nemmeno semplici fantasie.

In questo clima, la frase di Obama suona come un detonatore controllato. Conferma senza confermare, apre senza spalancare. Dice “sono reali”, ma non spiega cosa significhi. Vita nell’universo? Forme di esistenza microscopiche? Intelligenze lontane milioni di anni luce? O qualcosa di più vicino e più inquietante?

Cohen, dopo la risposta, è passato oltre. Nessun approfondimento, nessuna richiesta di chiarimento. Un’occasione persa, diranno gli appassionati. Una scelta prudente, diranno altri. Perché quando si tocca il tema alieni negli Stati Uniti si cammina su un filo sottile: tra scienza, sicurezza nazionale e mitologia pop.

Il dettaglio più gustoso, però, arriva quando Obama racconta quale fosse la prima curiosità, appena diventato presidente: «Dove sono gli alieni?». Una battuta? Forse. Ma anche la fotografia di un’ossessione collettiva che attraversa generazioni e partiti.

Negli anni, persino Donald Trump sarebbe stato informato – secondo alcune “gole profonde” – sui programmi segreti legati agli Ufo. Tutti sanno qualcosa, nessuno sa tutto. E questo, in fondo, è il carburante perfetto per qualsiasi teoria.

Un sondaggio recente ha mostrato che quasi la metà degli americani ritiene che il governo stia nascondendo prove sull’esistenza degli extraterrestri. Non è un dato marginale. È un dato politico. Significa che la fiducia istituzionale si intreccia con l’immaginario fantascientifico. Che la trasparenza viene misurata anche sulle stelle.

La frase di Obama, invece di chiudere il caso, lo rende più elegante. Più istituzionale. Più plausibile. Non parla di omini verdi dietro una porta blindata, ma non esclude che nell’universo ci sia altro. E in un’epoca in cui la NASA cerca tracce di vita su Marte e gli astronomi catalogano pianeti abitabili a ritmo industriale, l’idea che “non siamo soli” è meno fantascienza e più statistica.

Resta il fascino dell’ignoto. Resta l’Area 51 come simbolo. Resta l’America che, anche quando un ex presidente prova a riportare tutto a terra, preferisce guardare in alto. Perché gli alieni, negli Stati Uniti, non sono solo una domanda scientifica. Sono una metafora nazionale: la convinzione che ci sia sempre qualcosa oltre l’orizzonte, che la verità sia nascosta dietro una porta chiusa, che qualcuno, da qualche parte, sappia più di quanto dica.

Obama ha negato la base segreta sotterranea. Ha escluso di aver visto prove concrete. Ma ha lasciato aperta la porta più grande: quella dell’universo. E finché quella porta resterà aperta, il mistero continuerà a camminare tra podcast, audizioni parlamentari e deserti del Nevada. Con o senza presidente.