Per la prima volta da anni, Viktor Orbán non appare intoccabile. Le elezioni parlamentari ungheresi del 12 aprile 2026 si avvicinano in un clima politico profondamente diverso dal passato, segnato da un’inversione di tendenza che mette in discussione il dominio di Fidesz, il partito che governa il Paese ininterrottamente dal 2010. I sondaggi più recenti raccontano una storia nuova, che ha già iniziato a produrre effetti ben oltre i confini di Budapest.
Secondo una rilevazione dell’istituto Median, il partito di opposizione Tisza, guidato dall’eurodeputato del Partito popolare europeo Peter Magyar, raccoglierebbe oggi il 51 per cento delle intenzioni di voto, contro il 39 per cento di Fidesz. Un secondo sondaggio, firmato Idea Institute, colloca Tisza al 48 per cento, con un vantaggio di circa dieci punti sul partito di governo. La media del “Poll of polls” di Politico conferma il quadro: 49 per cento a Tisza, 37 per cento a Fidesz. Numeri che, pur con tutte le cautele del caso, segnalano una fragilità politica inedita per Orbán.
Il vantaggio dell’opposizione riflette un clima di crescente stanchezza nell’elettorato ungherese. La stagnazione economica, l’inflazione, la riduzione dei fondi europei a causa delle violazioni dello Stato di diritto e un modello di governo sempre più centralizzato hanno progressivamente eroso il consenso attorno a Fidesz. A questo si aggiungono le critiche allo stile di leadership di Orbán, caratterizzato da scontri continui con le istituzioni dell’Unione europea e da un posizionamento internazionale ambiguo, soprattutto sul fronte dei rapporti con la Russia.
Peter Magyar, ex membro di Fidesz e oggi principale avversario del premier, ha costruito la sua proposta politica su un’agenda anticorruzione, sul ripristino dei finanziamenti europei congelati e sul rilancio di un’economia che fatica a crescere. La sua forza sta anche nella capacità di intercettare una parte dell’elettorato che per anni ha sostenuto Orbán e che oggi cerca un’alternativa credibile, soprattutto tra i giovani, sempre meno disposti a tollerare un modello di governo percepito come autoritario e isolazionista.
In questo contesto, la decisione di Orbán di ricorrere a un’operazione di sostegno internazionale appare come un segnale di debolezza più che di forza. Nei giorni scorsi, il leader ungherese ha diffuso un video elettorale con una carrellata di endorsement di leader stranieri dell’area sovranista e nazionalista europea e internazionale. Tra questi, anche la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, che compare nel filmato con un messaggio di sostegno al premier ungherese.
Una scelta che, secondo diverse fonti politiche e diplomatiche, sarebbe stata accolta con crescente disagio all’interno dello stesso governo italiano. Non solo perché l’iniziativa ha rimesso in primo piano l’asse ideologico con Orbán proprio nel momento in cui quest’ultimo appare più vulnerabile, ma anche perché ha esposto Meloni a un contesto politico estremamente eterogeneo e controverso.
Nel video, infatti, la presidente del Consiglio italiana compare accanto a leader come Alice Weidel, esponente dell’AfD tedesca, formazione accusata di derive estremiste e mai accolta nei Conservatori europei guidati da Meloni; a Marine Le Pen, storica alleata della Lega; a Santiago Abascal di Vox; a Javier Milei, presidente argentino; e a Benjamin Netanyahu, la cui presenza internazionale è segnata dal mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale per i fatti di Gaza, rispetto al quale il governo italiano ha mantenuto una posizione prudente e defilata.
Un contesto che rischia di vanificare mesi di lavoro diplomatico della presidente del Consiglio, impegnata a costruire un profilo affidabile e dialogante in Europa, in particolare nei rapporti con il Partito popolare europeo e con le principali cancellerie dell’Unione. La partecipazione allo spot elettorale di Orbán ha riattivato invece l’immagine di un’Italia schierata senza distinguo nel fronte sovranista più duro, proprio mentre l’equilibrio politico ungherese potrebbe cambiare.
L’eventuale vittoria di Tisza rappresenterebbe un passaggio storico non solo per l’Ungheria, ma per l’intera Unione europea. Orbán è stato per anni uno dei principali perni del fronte euroscettico, capace di bloccare o rallentare decisioni comuni su Ucraina, politica estera e sanzioni alla Russia. Un suo ridimensionamento o una sconfitta elettorale ridurrebbero significativamente lo spazio di manovra di Mosca all’interno dell’UE.
Allo stesso tempo, il profilo di Tisza non coincide con una rottura totale rispetto al passato. Zoltán Tarr, europarlamentare del partito, ha chiarito che un eventuale nuovo governo manterrebbe la recinzione ai confini, si opporrebbe alle quote migratorie obbligatorie e a un’adesione accelerata dell’Ucraina all’Unione, ma punterebbe a contrastare la propaganda russa e a ristabilire rapporti più costruttivi con Bruxelles. Una linea di parziale continuità sui temi sensibili, accompagnata però da un cambio di metodo e di relazioni internazionali.
In parallelo, il panorama politico ungherese resta frammentato. Oltre a Tisza e Fidesz, solo Mi Hazánk, formazione di estrema destra xenofoba, sembra destinata a superare la soglia del 5 per cento per entrare in Parlamento. Gli altri partiti, inclusi i socialdemocratici, appaiono marginalizzati. Un assetto che rende la sfida tra Orbán e Magyar ancora più netta e decisiva.
Resta infine il tema della correttezza del processo elettorale. Parte della stampa ungherese sostiene che i sondaggi siano gonfiati per favorire l’opposizione, mentre numerose testate europee denunciano il controllo esercitato da Fidesz sui media e sugli spazi informativi, un fattore che potrebbe condizionare la campagna e il voto.
In questo scenario fluido e incerto, la scelta di Giorgia Meloni di esporsi pubblicamente a fianco di Viktor Orbán assume il peso di una scommessa politica ad alto rischio. Se il premier ungherese dovesse perdere, l’Italia si ritroverebbe associata a un fronte in declino, proprio nel momento in cui l’Unione europea potrebbe avviare una nuova fase nei rapporti con Budapest. Una mossa che, più che rafforzare la posizione italiana, rischia di isolarla e di riaprire interrogativi sulla direzione della politica estera del governo.
Il conto alla rovescia verso il 12 aprile è iniziato. E questa volta non riguarda solo il futuro dell’Ungheria. Riguarda anche le scelte, le alleanze e le responsabilità di chi, fuori dai confini magiari, ha deciso di spendere il proprio capitale politico su un leader che potrebbe non essere più eterno.







