C’è un’immagine che oggi torna in mente più di tutte: Ornella Vanoni seduta di fronte alla telecamera di Elisa Fuksas in Senza fine, mentre scava nei ricordi con la fragilità e l’audacia di chi ha vissuto ogni pagina della propria storia fino all’ultimo segno di matita. Quell’immagine, tenera e potente, sembra diventare ora l’ultimo capitolo di un racconto che ha attraversato quasi un secolo. Ornella Vanoni è morta ieri, a Milano, nella casa dove aveva costruito la sua seconda giovinezza, a 91 anni. E la sensazione, di fronte alla notizia, è che se ne vada un pezzo di memoria collettiva, una di quelle figure che non appartengono solo alla musica ma a un intero immaginario.
Nata in una famiglia borghese, figlia di un industriale farmaceutico, era cresciuta tra sfollamenti e collegi, con un sogno inatteso: diventare estetista per curare la sua acne. Da quel desiderio semplice sarebbe nata una vita complessa, luminosa, piena di strappi. Nel 1953 torna a Milano e si iscrive all’Accademia del Piccolo Teatro. Lì incontra Giorgio Strehler, maestro e primo amore. È lui a intuirne la presenza scenica, la capacità di stare sul palco come se respirasse un’aria che per gli altri era irraggiungibile. È una relazione intensa, passionale, burrascosa, segnata dal talento e dalle ferite. Si lasciano pochi anni dopo, lui divorato dall’uso di cocaina, lei incapace di accettare quel confine.
Ma dall’Accademia, e da Strehler, Vanoni porta via la consapevolezza di una voce che non sarebbe rimasta incasellata da nessuna parte.
La prima svolta è già una rivoluzione. Ornella canta le “canzoni della mala”: storie di furti, coltelli, sangue e periferie scritte da nomi come Dario Fo. In un’Italia ancora impacciata e severa, quel repertorio è uno schiaffo gentile che manda in tilt i benpensanti. Lei lo porta con eleganza, con un’ironia che disinnesca la provocazione, con una sensualità che non è mai esibita ma semplicemente inevitabile. Quando apre bocca, la voce non va dove ti aspetti: è roca e morbida, elegante e popolare, calda e distante. «Scalda i cuori, non te stessa», le dice Alda Merini. Jovanotti la definisce «come un profumo». Ha ragione: la voce di Vanoni è qualcosa che resta nell’aria.
Negli anni Sessanta arriva Gino Paoli, e arriva Luigi Tenco. Due mondi, due ferite, due amori. Paoli le regala Senza fine, il brano che diventerà la sua icona più riconoscibile e che porta il suo nome nel mondo. È la stagione delle rivoluzioni, dei cantautori, delle nuove libertà. Vanoni diventa l’interprete di un’Italia che cambia a vista d’occhio, la protagonista involontaria che traduce in musica il mutamento dei costumi, delle relazioni, dei sentimenti. Sanremo la consacra. Il pubblico la ama. La stampa gioca (come sempre) con le rivalità: quella con Mina, mai davvero esistita, diventa un racconto parallelo, un gioco di specchi tra due gigantesche protagoniste
Passano gli anni e arriva il momento dei capolavori. Nel 1976 incide con Toquinho e Vinícius de Moraes La voglia, la pazzia, l’incoscienza, l’allegria. Il disco diventa un manifesto: un ponte tra Brasile e Italia, una miscela di ritmo e malinconia che sembra cucita addosso a lei. Vanoni entra nel jazz, duetta con musicisti come Herbie Hancock, si lascia attraversare dalle contaminazioni senza mai perdere identità. È un’artista che sa trasformarsi e, allo stesso tempo, resta riconoscibile anche nell’ombra.
Negli anni Ottanta torna accanto a Paoli con Insieme e poi, nei Duemila, con Ti ricordi? Non mi ricordo. Una storia d’amore continuata e interrotta mille volte, raccontata dai giornali come una saga sentimentale nazionale. Lei sorrideva: «Basta parlare di Gino», diceva spesso. Ma sapeva che quella linea la seguiva per sempre.
Il tempo passa ma Vanoni cambia un’altra volta pelle. Diventa la “venerata maestra”: la diva anziana ma modernissima, la donna che sa scherzare sulla sensualità, sulla vecchiaia, sulla vita e sulla morte. A Che Tempo Che Fa, Fabio Fazio l’adorava. Il pubblico anche di più. Nei social, dove altri inciampano, lei trionfa. Con ironia tagliente, con una sincerità che non ha paura di ferire, con quel modo unico di essere una nonna e una ragazza allo stesso tempo. Il corpo lo usa con intelligenza, come un segnale di libertà; per le artiste più giovani diventa un modello naturale, istintivo, inattaccabile.
Nell’ultimo periodo, con Diverse, il suo 41esimo disco in studio, aveva riaperto i classici di una vita affiancandosi a Elodie e Ditonellapiaga. Lei, novantenne, loro giovanissime: un passaggio di testimone che non suonava nostalgico, ma perfettamente armonioso. Perché Vanoni è sempre stata al passo. O forse, più onestamente, il passo lo dettava lei.
La sua morte lascia un vuoto strano: non solo artistico, ma umano. Per anni ha incarnato un’idea di eleganza non addomesticata, un rapporto onesto con il tempo che passa, una libertà che non urlava ma si mostrava con naturalezza. Non ha mai rinunciato ai concerti, neppure da anziana. Parlava della morte con leggerezza feroce, come se fosse un incontro fissato da tempo. «E come sennò?», diceva ridendo. Oggi sembra ancora possibile immaginarla così, mentre scherza sul passo oltre la soglia. Un modo, forse, per evitarci il dolore.
E allora sì, Senza fine è un titolo perfetto per salutarla.
Nonostante tutto, dà la sensazione che Ornella Vanoni non se ne vada davvero. Che resti appesa a quella sua nota lunga, un po’ malinconica, un po’ innamorata del mondo. Che resti nei profumi, nei ricordi, nei ritornelli che abbiamo canticchiato senza accorgercene. Che resti, come restano le voci che non appartengono a una sola epoca ma a tutte.







