Otto mesi per l’odio digitale: la Francia condanna chi ha trasformato Brigitte Macron in un bersaglio

brigitte macron

Non era satira, non era libertà di espressione, non era nemmeno semplice maldicenza. Era un accanimento sistematico, ripetuto, organizzato. E soprattutto, per la giustizia francese, era un reato. Con una sentenza destinata a fare scuola, il tribunale di Parigi ha condannato dieci persone che per anni hanno perseguitato online Brigitte Macron, diffondendo accuse palesemente false sulla sua identità, sulla sua vita privata e persino sulla sua moralità.

Otto mesi di reclusione, con sospensione condizionale della pena per l’assenza di precedenti penali, e un obbligo che pesa forse più del carcere: seguire un corso di sensibilizzazione sui danni del bullismo digitale. A questo si aggiunge il blocco a tempo indeterminato di tutti i profili social degli imputati. Un segnale chiaro, inequivocabile. La rete non è una zona franca.

Secondo i giudici, i contenuti pubblicati contro la première dame erano «palesemente falsi, offensivi, maligni e degradanti». Non opinioni, ma costruzioni tossiche: l’insinuazione che Brigitte Macron fosse nata uomo e avesse cambiato sesso; l’accusa, ancora più grave, di pedofilia, basata esclusivamente sulla differenza di età con il marito, Emmanuel Macron. Ventiquattro anni trasformati in un’arma, rilanciata migliaia di volte, fino a diventare una narrazione parallela.

Alcuni degli imputati hanno provato a difendersi parlando di «legittima satira». Una linea che la corte ha respinto senza esitazioni. Perché la satira, hanno chiarito i giudici, presuppone un fondamento riconoscibile, un contesto, un linguaggio che non neghi la realtà. Qui, invece, la realtà veniva deliberatamente deformata. Alla vigilia della sentenza, Brigitte Macron ha scelto di esporsi in prima persona con un’intervista alla rete TF1. Poche frasi, misurate, ma definitive: «La mia genealogia è provata dalla nascita». Nessuna enfasi, nessuna replica polemica. Solo un fatto.

Ma dietro quella compostezza, il processo ha restituito l’immagine di una violenza quotidiana che ha scavato in profondità. A testimoniarlo è stata anche la figlia della première dame, Auzière, che in aula ha parlato apertamente di un «deterioramento» della vita della madre. Non era possibile ignorare quelle menzogne, ha spiegato. Non quando diventano virali, non quando entrano nella vita familiare. Le conseguenze non si sono fermate alla coppia presidenziale. Le falsità diffuse online hanno colpito anche i nipoti di Brigitte Macron, esposti allo scherno e all’umiliazione a scuola. È qui che il caso smette di essere solo politico o mediatico e diventa profondamente umano. Il cyberbullismo non resta mai confinato allo schermo: tracima, contamina, ferisce.

Due delle persone condannate, la giornalista indipendente Natasha Rey e la cartomante Delphine Jegousse, non erano nuove alle aule di giustizia. Nel 2024 erano già finite sotto processo per diffamazione, sostenendo che Brigitte Macron non fosse mai esistita e che suo fratello, Jean-Michel Trogneux, avesse assunto quell’identità dopo un presunto cambio di sesso. In appello erano state assolte, con una motivazione destinata a far discutere: affermare che una persona ha cambiato sesso, secondo quei giudici, non costituiva di per sé un attacco all’onorabilità.

Una decisione che i coniugi Macron non hanno accettato. Hanno fatto ricorso e ora il caso approderà davanti all’Alta Corte. Non solo: una causa per diffamazione analoga è stata intentata anche negli Stati Uniti contro l’influencer ultraconservatrice Candace Owens, accusata di aver rilanciato e amplificato le stesse teorie complottiste.

Il punto, però, va oltre la figura della première dame. Questa sentenza segna un passaggio cruciale nel rapporto tra giustizia e spazio digitale. Stabilisce che l’anonimato non attenua la responsabilità. Che la ripetizione di una menzogna non la rende opinione. Che il confine tra critica e persecuzione esiste, ed è giuridicamente rilevante. «Ho fatto causa per dare un esempio», ha spiegato Brigitte Macron. Non per sé soltanto, ma per chi subisce lo stesso meccanismo senza avere strumenti, visibilità o protezione. In particolare gli adolescenti, bersagli privilegiati di una violenza che viaggia veloce, si maschera da ironia e lascia segni profondi.

La Francia, con questa decisione, ha scelto di non voltarsi dall’altra parte. E ha detto una cosa semplice, ma tutt’altro che scontata: online valgono le stesse regole della vita reale. Anche quando l’odio si traveste da battuta. Anche quando colpisce chi, per ruolo o notorietà, sembra inattaccabile.