“Quando chiesero a Sal di fare a teatro L’opera buffa del giovedì santo lui tentennò, non accettò subito, perché voleva continuare a fare il cantante. Fui io a chiedergli di dire di sì. Lo misi davanti alla realtà: ‘Abbiamo due bambini piccoli, cosa gli diamo da mangiare?’”.



Paola Pugliese non abbassa lo sguardo mentre racconta. “Era il periodo in cui le case discografiche storcevano il naso, non volevano produrlo, gli dicevano: ‘Vieni dalla sceneggiata’”. E in quelle parole c’è tutto il peso di anni difficili, quando il talento non bastava e l’orgoglio rischiava di diventare un lusso.
“Non avevamo nemmeno i soldi per comprare il latte per i figli”. Lo dice senza retorica. È un ricordo che non si cancella. “Volevamo farcela da soli, non chiedevamo aiuto a nessuno”. Poi la scelta, quella che cambia la traiettoria: il teatro, il maestro Roberto De Simone, la svolta. “Dopo la collaborazione con il maestro De Simone è arrivato il musical C’era una volta… Scugnizzi di Claudio Mattone e Sal ne è stato protagonista”.
Oggi la scena è diversa. “È incredibile, è un’ondata di energia positiva che ci emoziona tantissimo, è un concentrato di sensazioni belle. È una follia collettiva, la gente ci ferma per strada, è impazzita per questa canzone, la ballano e la cantano. E non è una canzone dedicata solo a me…”.
Si riferisce a “Per sempre sì”, il brano che ha segnato la consacrazione. “Nasce dal nostro amore, dalla promessa che ci siamo fatti oltre 30 anni fa, ma vale per qualsiasi promessa, in un matrimonio, per tutti i tipi di amore, di qualsiasi genere, è un inno all’amore”. Non un racconto privato, ma un sentimento condiviso.
“E sembra un sogno, camminiamo e le persone ci danno un calore immenso, è tutto meraviglioso. Sta ricevendo un affetto indescrivibile. La vittoria è il giusto traguardo dopo tanti anni di gavetta”. Non parla di rivincita, ma di percorso. Di resistenza.
Anche perché le cadute non sono mancate. “Il giorno dopo la pubblicazione di Rossetto e caffè abbiamo aperto i social: tutti la cantavano e ballavano, sono bastate 24 ore. Per me è stato un miracolo, così lo definisco”. Prima però c’era stata la crisi. “Sal veniva da un periodo di difficoltà dopo l’avvento della trap e del rap, diceva: ‘Dove vado io con la mia musica?’”. Lei rispondeva sempre allo stesso modo: “‘Amore, tu hai il teatro, è la tua casa’”.
“Cadute e risalite, certo, ma siamo sempre stati uniti, nei momenti bui e in quelli bellissimi, come questo. Sal è un uomo meraviglioso, d’altri tempi”. Lo dice con la semplicità di chi ha attraversato quattro decenni fianco a fianco. “È stato sempre un ‘vecchio bambino’. Ha debuttato presto e ha voluto bruciare le tappe: a 21 anni già mi ha detto sposiamoci e facciamo dei figli. È sempre stato un padre amorevole, affettuoso e presente, nonostante la carriera”.
La famiglia è il centro. “La nostra famiglia è fondata sull’amore e sul rispetto di tutti. A Sal piace andare a fare la spesa personalmente, andare dal fruttivendolo e dal salumiere. Napoli è sempre stata la nostra forza, siamo rimasti a vivere nella nostra città”. Una scelta identitaria, mai rinnegata.
“I nostri figli Francesco e Annachiara sono cresciuti sempre accanto al papà, siamo stati nel dietro le quinte a teatro con lui, viaggiato anche di notte in auto, da nord a sud”. Non una vita comoda, ma una vita condivisa. “Oggi ci hanno dato dei bei nipotini: Salvatore, che ha 7 anni, Nina, di 2 anni e mezzo proprio come Antonio, che è figlio di Annachiara”.
E prima di ogni palco c’è un rito che non cambia. “Prima che Sal vada sul palco, da sempre gli metto in tasca tre foto di tre persone a noi care che non ci sono più: il suo papà Mario, il mio papà Carmine e il nostro caro amico Luciano, che è stato un po’ un padre spirituale. Poi si fa il segno della croce e va a cantare”.
È lì, in quel gesto semplice e silenzioso, che si capisce quanto di quella voce porti dentro una storia più grande. Non solo un successo. Ma una promessa mantenuta. “Per sempre sì”, prima di essere una canzone, è stata una scelta quotidiana.







