Papa Francesco, il 13 marzo di tredici anni fa l’elezione del pontefice venuto “dalla fine del mondo”: il ricordo commosso di un papa amatissimo dal popolo

Papa Francesco, 13-03-2013 – foto Ipa @lacapitalenews.it

Certe figure sembrano entrare nella storia in punta di piedi e poi, quasi senza che ce ne accorgiamo, finiscono per cambiarne il passo. Papa Francesco è stato una di queste. Il 13 marzo 2013, quando dalla Loggia delle Benedizioni si affacciò quel cardinale argentino dal volto semplice e dalla voce trattenuta, il mondo capì subito che qualcosa stava cambiando. Non servì un discorso solenne, non servì un manifesto programmatico. Bastarono poche parole: “Fratelli e sorelle, buonasera”. In quella frase c’era già tutto. C’era il rifiuto della pompa, c’era il parroco più del principe, c’era la carezza prima ancora della dottrina.

Jorge Mario Bergoglio era arrivato al soglio pontificio dopo le inattese dimissioni di Benedetto XVI, evento rarissimo nella storia della Chiesa. Da quel conclave uscì il primo papa latinoamericano, il primo papa gesuita, il primo pontefice non europeo da oltre tredici secoli. Ma soprattutto uscì il primo papa che scelse di chiamarsi Francesco, e non fu un dettaglio ornamentale. Fu un programma. Fu una dichiarazione di intenti. Fu il segnale di una Chiesa che voleva tornare a sporcarsi le mani con il mondo, con i poveri, con le periferie, con le ferite.

Jorge Mario Bergoglio, dalle radici italiane al soglio pontificio

Bergoglio era nato a Buenos Aires il 17 dicembre 1936, figlio di emigrati italiani. Il padre lavorava come contabile, la madre era casalinga. In casa si respirava povertà dignitosa, tradizione piemontese, pranzi lunghi, fede semplice e disciplina. Non era un ragazzo mondano. Leggeva, studiava, osservava. Prima ancora di diventare sacerdote aveva lavorato, aveva conosciuto la fatica, aveva fatto i conti con la malattia. Da giovane subì infatti l’asportazione di una parte di polmone, un evento che ne segnò la vita e che spiega anche la fragilità fisica che lo avrebbe accompagnato fino alla vecchiaia.

La sua vocazione non nacque in laboratorio né in biblioteca, ma in una chiesa, durante una confessione che lui stesso raccontò come una specie di chiamata improvvisa, definitiva. Entrò nella Compagnia di Gesù, si formò in un ordine esigente, austero, rigoroso. Ne assorbì la disciplina, il senso della missione, il gusto per il discernimento. E ne uscì con un tratto che non l’avrebbe più abbandonato: quello di un uomo capace di esercitare il potere senza mai sembrare comodo dentro il potere.

Quando diventò arcivescovo di Buenos Aires era già noto per la sobrietà. Niente palazzo lussuoso, niente corte, niente autista d’apparato. Viveva in modo spartano, si cucinava da solo, girava in autobus, rispondeva al telefono personalmente. Quel tratto, una volta arrivato a Roma, divenne il marchio del suo pontificato. Rifiutò la mozzetta rossa, le scarpe da cerimonia, la croce d’oro, la residenza apostolica. Restò a Santa Marta, come se volesse dire ogni giorno, con i fatti, che la Chiesa non doveva più abitare sopra gli uomini ma in mezzo agli uomini. La sua biografia essenziale è oggi raccolta anche sul portale ufficiale Vatican.va.

Il papa della semplicità che parlava al popolo

Il popolo lo amò subito proprio per questo. Perché sembrava comprensibile. Perché non aveva paura di usare parole quotidiane. Perché sapeva essere affettuoso e brusco, paterno e tagliente, capace di una carezza e di una bacchettata nel giro di pochi minuti. Quando se la prendeva con il clericalismo, quando ironizzava sulle suore con la “faccia d’aceto”, quando metteva in guardia dai preti trasformati in burocrati del sacro, non parlava come un teologo chiuso nella formula. Parlava come un pastore irritato da ciò che allontana il Vangelo dalla vita vera.

Fu un papa popolare nel senso più autentico del termine, non populista. Capì prima di molti altri che la Chiesa rischiava l’autoreferenzialità, l’atrofia, la distanza dai problemi reali. E allora scelse le periferie. Andò a Lampedusa, andò a Lesbo, scelse i margini geografici e morali del mondo come centro simbolico del suo pontificato. Parlò dei migranti, della povertà, della dignità del lavoro, della guerra, della solitudine. Parlò anche troppo, secondo i suoi critici. Ma il punto era proprio quello: Francesco non sopportava l’idea di una Chiesa muta, beneducata, neutrale davanti al dolore del mondo.

Era un papa che parlava spesso a braccio, a volte spiazzando i suoi stessi collaboratori. Quel linguaggio diretto gli procurò un consenso enorme tra la gente comune e un’irritazione crescente in una parte delle gerarchie ecclesiastiche. Del resto Francesco divideva perché rompeva il cerimoniale non solo nei gesti, ma nel tono. Non recitava il pontificato, lo interpretava come una responsabilità concreta. E questo, in Vaticano, è sempre un problema per qualcuno.

Le battaglie, la salute fragile e l’ultimo tratto del pontificato

Nel corso degli anni Francesco è stato un pontefice amatissimo e discusso. Ha irritato i tradizionalisti, ha deluso i progressisti che sognavano rivoluzioni più radicali, ha sfidato il clericalismo, ha tenuto aperto il dialogo con mondi lontani, ha criticato guerre e ingiustizie, ha pronunciato parole severe anche su Israele quando il conflitto e le vittime civili imponevano alla coscienza della Chiesa di non voltarsi dall’altra parte. Ha cercato una diplomazia difficile, spesso impopolare, qualche volta ambigua, ma sempre guidata dall’idea che il compito del papa non fosse alimentare gli schieramenti bensì provare a tenere aperti i varchi.

Il suo pontificato è stato anche un lungo corpo a corpo con la salute. I problemi fisici, iniziati da giovanissimo, si sono aggravati con l’età. Ricoveri, difficoltà respiratorie, affaticamento, dolori, mobilità ridotta: il papa che aveva mostrato al mondo una straordinaria energia pastorale si è progressivamente piegato nel corpo, senza però perdere la forza simbolica della presenza. Fino all’ultimo ha cercato di restare al suo posto. E proprio per questo ha colpito ancora di più la notizia della morte, arrivata il 21 aprile 2025, nel giorno di Pasquetta, a 88 anni. Poco prima aveva incontrato anche il vicepresidente americano JD Vance, che gli aveva detto di essere felice di vederlo stare meglio. Una frase che oggi suona quasi come una beffa del destino.

Con la morte di Papa Francesco non si è chiuso soltanto un pontificato. Si è chiusa un’epoca emotiva della Chiesa. Quella in cui milioni di persone, credenti e non credenti, avevano riconosciuto nel papa argentino una voce umana prima ancora che un’autorità religiosa. Una voce che poteva piacere o irritare, commuovere o dividere, ma che difficilmente lasciava indifferenti.

Francesco non è stato il papa perfetto. E forse è anche per questo che il popolo lo ha sentito vicino. Era un pontefice consapevole dei propri limiti, dei propri errori, delle proprie contraddizioni. Non si presentava come un monumento immobile, ma come un peccatore guardato dalla misericordia. In un tempo di leader costruiti come statue, lui restava ostinatamente uomo. E forse il segreto della sua popolarità era tutto lì: nel fatto che, pur vestito di bianco, non sembrava mai di marmo.