Ostia, Santa Maria Regina Pacis. La prima visita pastorale di Papa Leone XIV a una parrocchia romana sceglie un luogo che, da anni, è simbolo di contrasti netti: quartieri popolari e oratori pieni, un fronte di associazioni che regge il tessuto sociale e, insieme, ferite che si riaprono ciclicamente quando la cronaca torna a parlare di violenza e pressione criminale. Il Pontefice ci entra senza giri di parole, mettendo al centro proprio quello che Ostia conosce bene: la fragilità dei più giovani, l’idea del sopruso come normalità, l’ombra delle organizzazioni che sfruttano.
Papa Leone arriva alle 15.45, dieci minuti in anticipo, accolto dai cori e dagli applausi dei quattrocento ragazzi dell’oratorio nel cortile della chiesa. Con lui il parroco don Giovanni Patanè e il vescovo Baldo Reina. Il clima è di festa, ma il registro delle parole è quello di un richiamo netto alla responsabilità collettiva. “Il male che vediamo nel mondo ha le sue radici proprio lì, dove il cuore diventa freddo, duro e povero di misericordia”, dice. E subito aggancia il discorso alla realtà del territorio: “Lo si sperimenta anche qui, a Ostia, dove pure, purtroppo, la violenza esiste e ferisce, prendendo piede talvolta tra i giovani e gli adolescenti, magari alimentata dall’uso di sostanze; oppure ad opera di organizzazioni malavitose, che sfruttano le persone coinvolgendole nei loro crimini e che perseguono interessi iniqui con metodi illegali e immorali”.
È una frase che tiene insieme due piani: l’emergenza educativa e la questione criminale. Ostia, in questa lettura, non è solo un indirizzo della Capitale, ma un punto sensibile dove la “cultura del sopruso” rischia di diventare abitudine, soprattutto quando si sommano disagio, consumo di sostanze, ricerca di appartenenza, bisogno di soldi o di identità. Per questo l’esortazione del Papa è rivolta alla comunità, non a un singolo bersaglio: “Di fronte a tali fenomeni… invito tutti voi, come comunità parrocchiale, uniti alle altre realtà virtuose che operano in questi quartieri, a continuare a spendervi con generosità e coraggio per spargere nelle vostre strade e nelle vostre case il buon seme del Vangelo. Non rassegnatevi alla cultura del sopruso e dell’ingiustizia”.
Nel cortile e poi negli spazi della parrocchia, il Pontefice torna più volte sul tema della speranza legata ai giovani. “Regina Pacis significa regina di pace, La speranza siete voi, la speranza nasce qui”, dice ai ragazzi riuniti. È una frase semplice, costruita per restare, che diventa quasi il titolo interno della visita: non un passaggio cerimoniale, ma un’investitura morale. E in mezzo, l’invito a un linguaggio di comunità: “Siamo una comunità accogliente, dobbiamo imparare a dire benvenuto”.
Il Papa entra in palestra, saluta uno a uno, si ferma, ascolta. Le parole sono intervallate da preghiere e dalla presenza, accanto ai ragazzi dell’oratorio, di famiglie indigenti e disabili accompagnati da Comunità di Sant’Egidio e Caritas. È un’immagine coerente con il messaggio: la parrocchia come luogo dove si tiene insieme chi ha energia e chi è stanco, chi corre e chi fatica, chi vede futuro e chi vive l’emergenza del presente.
C’è anche un passaggio sullo sport, ricordato come strumento di appartenenza e di cura dei legami: “Lo sport è importante, ci fa sentire parte di un gruppo. Anche per i nostri fratelli che soffrono”. Parole che vengono accolte dagli applausi, mentre il Pontefice richiama un’idea già cara a papa Francesco: “I giovani hanno tanta energia”.
La scelta di Ostia, come prima tappa pastorale romana, non è letta solo in chiave sociale. Entra in gioco anche una trama simbolica: il Papa è agostiniano e il patrono di Ostia è Sant’Agostino; a Ostia morì sua madre, santa Monica, e le sue spoglie sono conservate a Sant’Aurea, a Ostia antica. Un legame che dà alla visita un significato doppio: periferia e radice, frontiera e memoria.
Il vescovo Baldo Reina lo sottolinea parlando “della parte sana di Ostia”, dell’accoglienza e dell’integrazione, definendo il litorale “territorio di frontiera”, città e periferia insieme. “Questa realtà ha tante luci e qualche ombra che ci fa soffrire ma noi oggi le vogliamo presentare la parte buona su cui dobbiamo fare leva per dare e fare il bene”, dice. Il Papa ascolta, sorride, applaude. Poi accoglie un gruppo di ragazzi della squadra locale di basket, le “stelle marine”: abbracci, strette di mano, foto, emozione. Infine la messa, con la chiesa gremita.
Il senso complessivo resta quello di una visita che non si limita a “consolare” un quartiere, ma lo chiama a una postura: non accettare che la violenza diventi paesaggio, non abituarsi all’ingiustizia, non lasciare soli i ragazzi quando il confine tra fragilità e reclutamento si fa sottile. Ostia applaude, e per una volta la cronaca somiglia a una promessa, più che a un bollettino.







