Controlli ai metal detector, documenti verificati uno a uno e un silenzio carico di tensione. L’aula bunker davanti al carcere di San Vittore si riempie lentamente di avvocati, magistrati, uomini della scorta e giornalisti. Le gabbie restano vuote: gli imputati sono collegati in video dai penitenziari. Così prende il via il processo con rito ordinario sul cosiddetto “sistema mafioso lombardo”, al centro dell’inchiesta Hydra coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Milano e condotta dai carabinieri del nucleo investigativo.
All’esterno, un presidio di associazioni come Libera e Cgil accompagna l’apertura dell’udienza. È il segno che questo procedimento non riguarda solo il destino giudiziario degli imputati, ma anche il rapporto tra la Lombardia e una presenza criminale che da anni ha smesso di essere un’ombra lontana per diventare una questione concreta, economica e territoriale.
Processo Hydra, chi c’è in aula e cosa contesta l’accusa
In aula ci sono il procuratore capo Marcello Viola e i sostituti Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane. Il procedimento arriva dopo una prima tranche già pesante: il 12 gennaio scorso il rito abbreviato ha portato a 62 condanne, con pene fino a sedici anni di carcere. Adesso il secondo troncone porta davanti ai giudici altri 45 imputati, tra figure ritenute centrali nel presunto consorzio criminale.
L’impianto accusatorio ruota attorno a un’alleanza stabile tra esponenti di Cosa Nostra, ‘ndrangheta e camorra, unite non da un patto simbolico ma da un obiettivo preciso: fare affari in Lombardia, spartirsi interessi, proteggere investimenti e gestire relazioni criminali sul territorio. È questa la tesi che la Dda di Milano proverà a sostenere nel corso del dibattimento.
Tra gli imputati eccellenti compaiono Paolo Aurelio Errante Parrino, parente di Matteo Messina Denaro e detenuto al 41bis, Gioacchino Amico, ritenuto figura di riferimento per la camorra del clan dei Senese, Santo Crea per la componente calabrese e Giancarlo Vestiti, indicato come luogotenente campano. Nomi che, letti insieme, danno il senso della portata dell’inchiesta e del livello che gli investigatori attribuiscono alla struttura finita sotto processo.
L’ombra del suicidio di Bernardo Pace sul dibattimento
Su questa apertura di processo pesa però un altro elemento, più oscuro e delicato. Da giorni, infatti, l’attenzione si è spostata anche sulla morte in carcere di Bernardo Pace, boss già condannato a 14 anni in abbreviato. Il punto è che Pace, il 19 febbraio, aveva iniziato a collaborare con la giustizia. Una decisione clamorosa, resa ancora più significativa dal fatto che aveva già riempito due verbali.
Poi, meno di un mese dopo, la morte. La versione ufficiale parla di suicidio, ma in ambienti investigativi continuano a circolare dubbi. Pace era malato, gli restavano pochi anni di vita e, secondo quanto emerso, avrebbe deciso di pentirsi proprio per trascorrere il tempo che gli rimaneva con la moglie e i nipoti. Aveva anche manifestato timori per le rivelazioni già messe a verbale. È un dettaglio che pesa, perché trasforma la sua morte in un nodo che potrebbe avere conseguenze non solo umane, ma anche processuali.
Su quanto accaduto è stata aperta un’inchiesta. E il sospetto, almeno sul piano del clima investigativo, è che la sua collaborazione avrebbe potuto aprire squarci ancora più profondi sul funzionamento del “sistema” emerso nell’operazione Hydra.
Le parti civili e il peso politico del processo
A giudicare sarà il collegio dell’ottava sezione penale composto dalla presidente Maria Luisa Balzarotti, Guido Fanales e Maria Lillia Speretta. Tra le parti civili figurano già enti pubblici e associazioni che avevano preso parte anche al rito abbreviato: il Comune di Milano, il Comune di Varese, la Regione Lombardia, la Città metropolitana di Milano, Libera e WikiMafia.
La loro presenza ha un peso preciso. Dice che questo processo non riguarda soltanto singoli episodi criminali, ma la capacità delle organizzazioni mafiose di radicarsi in uno dei territori economicamente più forti del Paese. Non a caso il tema del radicamento mafioso al Nord è da anni al centro delle relazioni della Direzione Investigativa Antimafia e delle analisi del Ministero dell’Interno.
Il processo Hydra comincia così sotto una pressione altissima, tra imputati di primo piano, una struttura accusatoria imponente e il sospetto che una delle voci che avrebbero potuto raccontare di più sia stata spenta troppo presto. E mentre in aula si apre il tempo lungo del dibattimento, fuori resta una domanda che Milano conosce bene ma che ancora fatica a guardare fino in fondo: quanto è profonda, davvero, la presenza delle mafie in Lombardia?







