Quanti missili hanno ancora gli ayatollah? Li finiranno prima loro o gli USA? Chi è in grado di rifornirsi prima? I conti della guerra fanno paura e il Golfo potrebbe bruciare a lungo

missili ayatollah

Nelle guerre moderne arriva sempre il momento dei conti. Non quelli delle vittime o dei territori conquistati, ma quelli delle scorte. Quante bombe restano, quanti missili sono ancora nei magazzini, quante armi possono essere prodotte prima che una delle due parti resti a secco. Era successo nei primi mesi dell’invasione russa dell’Ucraina. Allora si discuteva ogni settimana di quanti proiettili d’artiglieria avessero ancora gli ucraini o di quanti carri armati potesse mettere in campo Mosca. Sembrava che bastasse esaurire i depositi per fermare la guerra. Poi sono arrivati i droni e il conflitto è entrato in una fase nuova, più lunga e più crudele.

Ora la stessa domanda torna nel nuovo fronte mediorientale

Al sesto giorno della guerra preventiva lanciata da Israele e Stati Uniti contro l’Iran, analisti e militari cercano di capire chi finirà per primo le munizioni. Chi smetterà di colpire perché non avrà più armi. E soprattutto quanti missili hanno ancora gli ayatollah.

Dal lato di chi attacca i dubbi sono pochi

Israele e Stati Uniti non sembrano avere problemi di disponibilità offensiva. Le bombe gravitazionali, cioè gli ordigni tradizionali sganciati dagli aerei, sono relativamente economiche e abbondanti. Se davvero, come sostiene Donald Trump, la difesa antiaerea iraniana verrà neutralizzata del tutto, la guerra potrebbe trasformarsi in una lunga serie di bombardamenti convenzionali.

Le incognite riguardano piuttosto i sistemi di difesa

Israele, per esempio, deve continuare a utilizzare i suoi costosi intercettori per abbattere missili e droni in arrivo. Ma alcuni segnali fanno pensare che Tel Aviv si senta relativamente sicura. L’aeroporto è stato riaperto ai voli in uscita e il governo sta persino valutando il ritorno degli studenti a scuola. Non sono decisioni prese a cuor leggero in un Paese che vive sotto la minaccia costante dei razzi.

Un altro indizio arriva dal ritmo degli attacchi iraniani. A Gerusalemme le sirene suonano meno spesso rispetto ai primi giorni di guerra. Le corse nei rifugi sono diminuite e le notti sembrano più tranquille. Ma nessuno sa se si tratti di un rallentamento strutturale oppure di una pausa strategica.

I numeri restano impressionanti

L’Iran continua a colpire anche i Paesi del Golfo. Secondo una stima approssimativa ma credibile, contro quella regione sarebbero stati lanciati almeno 200 missili balistici e un numero simile di droni. Nei primi tre giorni di guerra Israele aveva annunciato di aver intercettato circa 200 missili provenienti dall’Iran. A ieri il totale potrebbe essere salito attorno ai 300.

Per capire il ritmo basta un confronto. Durante la guerra di dodici giorni combattuta lo scorso giugno, Teheran aveva lanciato complessivamente circa 500 missili contro Israele. In questa nuova escalation la velocità degli attacchi sembra addirittura raddoppiata.

Questo significa che l’Iran possiede scorte enormi? Non necessariamente. Secondo le valutazioni dei servizi segreti israeliani e americani, nel momento in cui la guida suprema Ali Khamenei è stata uccisa l’Iran avrebbe avuto circa mille missili balistici nei suoi arsenali. Se queste cifre sono corrette, Teheran potrebbe aver già consumato metà del suo stock. Senza contare quelli distrutti a terra dai bombardamenti israeliani e americani.

L’ottimismo degli strateghi occidentali nasce però da un’altra considerazione. Anche se un Paese possiede molti missili, deve comunque avere i sistemi per lanciarli. Nel linguaggio militare, i veri bersagli non sono solo le armi ma i lanciatori. Senza quelli, i missili restano nei depositi.

Israele sta cercando proprio questo

Ogni volta che un lanciatore viene individuato, i caccia cercano di distruggerlo. Con risultati che, secondo le dichiarazioni ufficiali, sarebbero piuttosto efficaci. Per reagire a questa strategia l’Iran ha spostato parte dei lanciatori sotto terra. Installazioni fisse, più difficili da colpire ma anche più facili da individuare una volta localizzate.

Contro queste strutture sotterranee sono entrati in azione i bombardieri strategici americani B2 e B1. Sono aerei progettati proprio per distruggere bunker e infrastrutture protette, utilizzando bombe capaci di penetrare in profondità nel terreno prima di esplodere.

Resta però un’altra variabile decisiva: la produzione

Secondo il segretario di Stato americano Marco Rubio, l’Iran sarebbe in grado di fabbricare fino a cento missili balistici al mese e migliaia di droni suicidi. I missili più avanzati richiedono componenti difficili da importare, soprattutto quelli a combustibile solido. Ma altri modelli, a combustibile liquido, sono più semplici da realizzare. Alcuni sistemi di guida potrebbero arrivare dalla Cina senza passare sotto il controllo della flotta americana.

Il resto della tecnologia Teheran lo possiede già

Soprattutto possiede una grande esperienza nella produzione di droni. Proprio quei velivoli senza pilota che negli ultimi anni hanno cambiato il volto delle guerre. Il problema per l’Iran è che i droni bastano per colpire gli Stati del Golfo, ma non sono sempre sufficienti contro Israele. Per superare i sofisticati sistemi di difesa israeliani servono missili balistici. Ed è proprio su questi che si gioca la partita più delicata.

La guerra quindi non si decide soltanto nei cieli del Medio Oriente. Si decide anche nei capannoni industriali, nelle fabbriche militari, nelle catene di montaggio dove si costruiscono motori, sistemi di guida e testate. Da una parte chi cerca di distruggere i depositi e i lanciatori. Dall’altra chi tenta di rimpiazzare le armi consumate più velocemente possibile. In mezzo resta la domanda che tutti si fanno ma a cui nessuno può rispondere con certezza: quanti missili restano davvero negli arsenali degli ayatollah.