La domanda adesso è brutale, perché non riguarda solo l’Iran ma il mondo attorno: come finisce una guerra che nasce dai cieli e si allarga per ondate? Siamo al quinto giorno di offensiva e già si capisce il punto: non basta contare i raid, bisogna misurare il tempo. Settimane, forse mesi. Donald Trump parla come se il conflitto fosse un corridoio lungo, ma non consegna una mappa. E intanto, nel Regno Unito, dove il governo Starmer evita di farsi risucchiare dal fantasma dell’Iraq, gli analisti mettono sul tavolo quattro scenari. Quattro finali possibili, nessuno “pulito”, tutti pieni di conseguenze.
Il primo scenario è quello che trasforma i bombardamenti in un preludio
L’idea è semplice e inquietante: un cambio di regime non avviene solo dal cielo. Le bombe possono spezzare infrastrutture, decapitare catene di comando, logorare la difesa, ma non “occupano” un Paese. Per questo torna l’ipotesi di un’operazione di terra, o almeno di un’insurrezione armata appoggiata dall’esterno. In queste ore circolano indiscrezioni che indicano un lavoro di lunga preparazione, con armi introdotte clandestinamente nell’Iran occidentale e destinate a volontari curdi. Lo schema sarebbe quello di un’accensione rapida sul terreno con copertura aerea, mentre i raid colpiscono obiettivi di sicurezza nell’ovest per indebolire i controlli e aprire corridoi. È un’ipotesi che porta con sé una domanda secca: quando un’insurrezione diventa guerra per procura, chi decide il dopo?
Il secondo scenario è la guerra civile
Il secondo scenario è la guerra civile, o più precisamente un collasso a macchie, fatto di fratture interne, confini che si sbriciolano e armi che entrano ed escono. L’Iran non è l’Iraq del 2003, perché ha una maggioranza sciita più compatta e non presenta lo stesso livello di frattura settaria. Però ha minoranze che, in un contesto postbellico, possono diventare acceleratori di instabilità. I curdi a nord e a ovest, gli azeri sciiti, aree arabe e gruppi baluci nel sud-est, con una storia di lotta contro il regime e venature di jihadismo sunnita. Se i posti di frontiera si indeboliscono e la sicurezza collassa, lo spazio si riempie: arrivano armi, arrivano milizie, arrivano sponsor esterni. In questo quadro entra un elemento tossico: l’uranio altamente arricchito, che in un Paese che si disgrega diventa un bottino, un oggetto di ricatto e di traffico. Non è lo scenario più probabile, dicono molti analisti, ma è quello che fa più paura perché produce conseguenze difficili da contenere e quasi impossibili da “chiudere”.
Il terzo scenario
Il terzo scenario è quello più evocato nelle dichiarazioni politiche e più fragile nella realtà: il cambio di regime con transizione. Gli Stati Uniti lo inseguono, contando sul malcontento di una parte della popolazione e sulla memoria delle proteste represse nel sangue. L’idea è che il conflitto possa riaccendere la piazza e far crollare il sistema teocratico, aprendo lo spazio a una leadership più filo-occidentale. Il problema è che la storia raramente regala transizioni democratiche nate dalla violenza. Quando cade una dittatura, spesso ne nasce un’altra. E quando una transizione arriva con bombe straniere, la legittimità evapora in fretta. In più c’è la questione Pasdaran: un apparato che difficilmente depone le armi senza temere vendette, processi o epurazioni. Sul tavolo resta anche il nodo dei volti alternativi. Reza Pahlavi, figlio dello Scià, appare in difficoltà come figura “di ritorno” e viene percepito da molti iraniani con diffidenza, anche per l’ombra della dittatura del padre. Esistono poi gruppi come i Mojahedin-e-Khalq, che godono di appoggi in Occidente ma restano divisivi e non rappresentano un consenso lineare dentro l’Iran. La transizione, insomma, non è un corridoio: è un campo minato.
Il quarto scenario
Il quarto scenario è quello che molti considerano il più plausibile nel medio periodo, perché è quello che la storia conosce bene: il regime sopravvive, si riorganizza, cambia pelle e prova a vendere al mondo l’idea di una “vittoria dichiarata” da parte di chi bombarda. A un certo punto, Trump e Netanyahu potrebbero fermare i raid e affermare di aver distrutto programma nucleare, basi missilistiche, gerarchia militare e parte della leadership. A Teheran, nel frattempo, potrebbe aprirsi la partita della successione, con la continuità come scelta di stabilità interna. In questo schema il regime non cade, ma stringe ancora di più, reprime di più, e valuta un compromesso negoziale per far smettere le bombe. Gli Stati Uniti ottengono concessioni e impegni, Israele mantiene la minaccia di colpire se percepisce deviazioni, e l’Iran conserva il potere interno. È un finale che non somiglia a una democrazia in arrivo, ma a una stabilità armata, con un prezzo umano altissimo.
Iran non è un bersaglio qualsiasi
In tutti e quattro gli scenari c’è un dato che resta fisso: l’Iran non è un bersaglio qualsiasi. È un Paese enorme, con una società giovane e stratificata, con minoranze e frontiere sensibili, con un apparato di sicurezza che ha imparato a reggere gli urti. La guerra può finire in un modo solo quando qualcuno decide che il costo supera il beneficio. Il problema è che, finché si combatte anche per “dimostrare” qualcosa, il costo tende a salire sempre un po’ più in là.







