La rappresaglia iraniana si allarga al Golfo e cambia passo: nelle stesse ore in cui Teheran rivendica il diritto di rispondere ai raid condotti da Stati Uniti e Israele, nuove forti esplosioni vengono segnalate in Bahrein e in Qatar. Secondo quanto riferito dall’agenzia francese Afp, la capitale del Bahrein, Manama, è stata colpita dopo che una base statunitense nella capitale era stata oggetto di un attacco missilistico attribuito all’Iran, presentato come risposta ai bombardamenti contro obiettivi iraniani.
Quasi in parallelo, boati e potenti esplosioni sono stati uditi anche a Doha, in Qatar. Qui il quadro diventa ancora più teso e, al tempo stesso, più ambiguo: pochi minuti prima, il ministero della Difesa del Qatar aveva annunciato che tutti i missili lanciati dall’Iran erano stati intercettati. La nota ufficiale parla di minaccia gestita “immediatamente al momento della rilevazione”, in conformità a un “piano di sicurezza pre-approvato”, e ribadisce che “tutti i missili sono stati intercettati prima di raggiungere il territorio del Qatar”. Subito dopo quelle dichiarazioni, però, la capitale ha avvertito esplosioni, un dettaglio che alimenta interrogativi sulla dinamica reale di ciò che sta accadendo nei cieli della regione.
Da parte statunitense, il quadro viene descritto come una serie di ritorsioni coordinate. Alle 10:51, un funzionario americano citato da Nbc riferisce che l’Iran sta “attuando ritorsioni” contro “numerose strutture militari statunitensi” in Medio Oriente. È una definizione che, per ampiezza, suggerisce un’azione non limitata a un singolo episodio, ma concepita come risposta a più livelli, con obiettivi scelti per peso simbolico e capacità operativa.
La posizione ufficiale di Teheran viene affidata a una nota del ministero degli Esteri pubblicata su Telegram: l’Iran ritiene “legittimo reagire agli attacchi di Washington e Tel Aviv” perché l’azione militare sarebbe avvenuta “mentre è in corso il processo diplomatico” tra Stati Uniti e Iran. Nel testo si richiama esplicitamente l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, che disciplina il diritto alla legittima difesa. E si aggiunge che l’esercito iraniano sta utilizzando “tutti i mezzi e le potenzialità” per contrastare quella che viene definita un’aggressione.
A dare un nome all’operazione è invece l’apparato militare: le Guardie Rivoluzionarie annunciano il lancio di “Truth Promise 4”, presentata come risposta all’“aggressione americano-sionista” contro il territorio iraniano. Nel comunicato, i Pasdaran indicano come bersaglio il quartier generale della Quinta Flotta della Marina statunitense in Bahrein, colpito, a loro dire, con missili e droni. Vengono citate inoltre basi americane in Qatar e negli Emirati Arabi Uniti, “oltre ai centri militari e di sicurezza nel cuore di Israele”. Il messaggio, in questa fase, non è soltanto operativo: è anche narrativo, costruito per far capire che la risposta non riguarda un solo fronte ma più teatri contemporaneamente, con ulteriori dettagli promessi “in seguito”.
Sul piano visivo, un elemento viene rilanciato da Cnn. Due video mostrerebbero fumo che si alza dalla direzione della base della Marina americana in Bahrein, presa di mira da un attacco missilistico. È una delle immagini che, in situazioni come queste, diventa immediatamente un termometro dell’escalation. Il fumo non racconta da solo l’entità dei danni, ma dice che la crisi non è più confinata alle dichiarazioni.
Nella regione si registrano anche segnalazioni di esplosioni a Riad, in Arabia Saudita. Due giornalisti dell’Afp che si trovano nella capitale saudita riferiscono di aver sentito un boato e diverse esplosioni. In un contesto in cui attacchi e intercettazioni possono produrre rumori e scie su distanze notevoli, la notizia aumenta la percezione di un fronte largo.
Il linguaggio della leadership iraniana, intanto, si irrigidisce. Il Consiglio Supremo per la Sicurezza Nazionale parla di risposta “schiacciante” agli attacchi di Israele e Stati Uniti. Accusando il nemico di credere che l’Iran “si arrenderà” attraverso “azioni codarde”. La stessa nota afferma che le forze armate hanno già avviato una risposta e che terranno “costantemente informato” il pubblico. Accanto alla comunicazione bellica arriva anche la gestione interna. Invito ai cittadini a evitare assembramenti nei centri commerciali, scuole e università chiuse “fino a nuovo avviso”, banche aperte, uffici governativi al 50% della capacità. È un pacchetto di misure che fotografa una priorità: controllo dell’ordine pubblico e riduzione della vulnerabilità civile in caso di ulteriori attacchi.
Anche l’esercito iraniano alza il registro e prova a disegnare una linea rossa. “Qualsiasi base nella regione che assista Israele sarà un obiettivo della sacra Repubblica Islamica”, dichiara il portavoce delle Forze Armate, il generale Shekarchi. Aggiungendo che non ci sarà “alcuna esitazione”. È un avvertimento che, se preso alla lettera, amplia drasticamente la platea dei potenziali obiettivi e rende ancora più fragile l’equilibrio del Golfo, già attraversato da grandi asset militari, rotte energetiche e alleanze incrociate.
Nel frattempo, dal fronte russo arriva un commento destinato a essere letto come un attacco politico diretto. Dmitry Medvedev, ex presidente e oggi vice segretario del Consiglio di Sicurezza nazionale, scrive su Telegram. “Il pacifista ha mostrato ancora una volta il suo vero volto”, con un riferimento evidente a Donald Trump. Medvedev sostiene che i negoziati con l’Iran sarebbero stati “un’operazione di copertura” e inserisce la crisi in una narrazione di lungo periodo,. Contrapponendo la storia americana a quella persiana e chiudendo con una sfida simbolica: “Vedremo tra 100 anni”.
A questo punto la sequenza di eventi compone un quadro chiaro nei suoi contorni, ma ancora instabile nei dettagli. Teheran rivendica il diritto di reagire. Annuncia un’operazione con nome e obiettivi, e in contemporanea si moltiplicano le segnalazioni di esplosioni e attacchi su punti sensibili del Golfo. Doha dice di aver intercettato tutto, ma i boati arrivano lo stesso. Washington parla di ritorsioni contro molteplici strutture. L’area, già carica di tensione, entra in una fase in cui ogni comunicato non è solo informazione: è parte del conflitto.
Il rischio, ora, è quello di una spirale. Ogni base, ogni intercettazione, ogni boato registrato in una capitale del Golfo aggiunge pressione a governi e apparati militari. Spingendo la crisi oltre il bilancio dei raid iniziali. E in un teatro dove i tempi di decisione sono rapidissimi e la propaganda viaggia più veloce dei fatti verificabili. La domanda non è più se la regione sia entrata in una nuova fase, ma quanto sarà profonda e quanto durerà.







