Referendum, Meta oscura il video di Barbero. Lo storico non arretra: «I fatti parlano da sé». E la politica parla di censura

Il video in cui Alessandro Barbero spiega perché voterà no al referendum del 22-23 marzo viene declassato da Meta con l’etichetta di “informazione falsa”. Pd, Avs e M5s attaccano: «Un fatto grave, una censura distopica». Lo storico replica con poche parole: «I fatti parlano da sé».

Il video corre, diventa virale, entra nel dibattito pubblico. Poi rallenta, si appanna, viene accompagnato da un avviso che pesa come un macigno: “Informazione falsa: esaminata da fact-checker di parti terze”. È così che Meta ha deciso di intervenire sul filmato in cui Alessandro Barbero spiega le ragioni per cui voterà no al referendum sulla giustizia del 22-23 marzo.

Non una rimozione formale, ma qualcosa di più sottile e altrettanto efficace: una riduzione drastica della visibilità. Lo sfondo del video sfocato, l’avvertimento in primo piano, l’algoritmo che frena la circolazione. Un meccanismo ormai noto, che non cancella le opinioni ma le rende marginali, spingendole ai bordi dello spazio pubblico digitale.

Contattato da Repubblica, Barbero sceglie una risposta asciutta, quasi minimale, che però dice molto più di una lunga polemica: «I fatti parlano da sé». Nessuna invettiva, nessuna richiesta di smentita. La consapevolezza che la questione non è personale, ma politica e sistemica.

Secondo quanto anticipato da Il Fatto Quotidiano, l’intervento di Meta sarebbe legato a una valutazione del sito Open, che ha bollato come “falsa” una parte del ragionamento dello storico. L’imprecisione contestata riguarda un passaggio tecnico: Barbero afferma che “il governo” continuerà a scegliere i giudici di nomina politica, mentre formalmente anche la riforma prevede che la scelta spetti al Parlamento.

Ma il punto, come appare evidente dal contesto del video, non è la procedura formale bensì l’effetto sostanziale. La riflessione di Barbero si muove su un piano politico-istituzionale più ampio: «Un CSM, anzi due, anzi tre organismi dove i membri magistrati sono tirati a sorte mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina lui, mi sembra che questi organismi saranno per forza di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore». Un’analisi, non uno slogan. Un’opinione argomentata, non una fake news.

Il fatto che il video sia stato attenzionato proprio perché molto virale, con milioni di visualizzazioni accumulate, aggiunge un ulteriore livello di lettura. Non è un contenuto marginale, non è una voce isolata. È un intervento che ha inciso nel dibattito pubblico. E proprio per questo è stato declassato.

La reazione politica non si è fatta attendere. Il Partito Democratico annuncia un’interrogazione parlamentare: il capogruppo al Senato Francesco Boccia e il vice Antonio Nicita chiariscono il punto centrale: «Non è in discussione l’esistenza del fact-checking in quanto tale. Il problema è chi decide, con quali criteri e con quali effetti, quando un contenuto politico-istituzionale viene declassato e reso di fatto invisibile».

Ancora più dura la posizione di Alleanza Verdi e Sinistra, che reagisce rilanciando il video “oscurato” sulle pagine Facebook dei propri parlamentari. Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni parlano di «un atto gravissimo», accusando una big tech americana di silenziare «un’opinione politica legittima di uno dei più autorevoli intellettuali italiani».

Sulla stessa linea il Movimento 5 Stelle. La deputata Dolores Bevilacqua usa parole che vanno dritte al nodo democratico: «Viviamo in una distopia tale per cui una società privata americana può decidere impunemente quali opinioni possono circolare e quali no».

Il caso Barbero va oltre il singolo video e oltre il referendum. Tocca una questione centrale: il potere di piattaforme private di intervenire sul discorso pubblico, soprattutto quando è politico, istituzionale, argomentato. Non siamo davanti a contenuti d’odio o a bufale virali, ma a un’analisi critica firmata da uno storico di fama internazionale.

Ed è qui che la vicenda smette di essere tecnica e diventa politica. Perché se il perimetro del dibattito democratico viene regolato dagli algoritmi di una multinazionale, il problema non è Barbero. Il problema è chi decide cosa può essere visto, cosa può circolare e cosa, invece, deve restare sullo sfondo. Sfocato. Declassato. Invisibile.