Allarme referendum giustizia: il “no” cresce nel sondaggio di Pagnoncelli, supera il “sì” e a Palazzo Chigi temono l’effetto astensione nella maggioranza

Referendum

La data del referendum sulla giustizia si avvicina, ma la campagna assomiglia sempre meno a un confronto sui quesiti e sempre più a una gara di nervi. In mezzo, come un rumore di fondo che copre tutto, c’è l’attualità internazionale: la guerra nel Golfo, l’attacco all’Iran, la paura di un’escalation e soprattutto l’ansia per i prezzi dell’energia. È dentro questo mix che il sondaggio di Nando Pagnoncelli fotografa un rischio concreto per la maggioranza: il “no” non solo resiste, ma cresce, mentre l’elettorato di centrodestra appare meno motivato ad andare alle urne.

Il punto di partenza è quasi paradossale

Il referendum riguarda temi tecnici, complessi, con effetti che richiedono spiegazioni pazienti e non slogan. Eppure, più la scadenza si avvicina, più il dibattito si fa “forte e spesso sopra le righe”, con una conseguenza che i numeri raccontano senza bisogno di interpretazioni forzate: i contenuti non bucano davvero. L’informazione sui temi della riforma cresce appena di quattro punti rispetto all’ultima rilevazione, nonostante per giorni la scena politica sia stata dominata da questo argomento. E cala di due punti la quota di chi attribuisce almeno una certa importanza alla consultazione. In altre parole, si discute molto, ma si capisce poco e, soprattutto, ci si appassiona ancora meno.

Oggi poco più del 50% degli intervistati si considera almeno abbastanza informato, ma la fetta dei “molto informati” resta inchiodata al 10%. E il 58% ritiene la riforma almeno abbastanza importante, dato in calo rispetto a tre settimane fa. Il resto è contesto, ed è un contesto che non aiuta: la crisi in Medio Oriente si prende l’attenzione e spinge giù tutto il resto dell’agenda. Poco più del 40% dichiara di seguire la campagna con una certa attenzione e solo il 9% con molto interesse. Se, come ha dichiarato Donald Trump, il conflitto dovesse durare almeno altre quattro o cinque settimane, l’effetto più immediato sarebbe un ulteriore congelamento dell’interesse sul referendum, già fragile.

Qui entra il dato forse più determinante: la partecipazione

La propensione a recarsi alle urne mostra segnali di flessione. A febbraio il 36% era sicuro di partecipare e il 16% lo riteneva probabile. Ora i “sicuri” salgono di un punto al 37%, ma scende di quattro punti la fascia di chi sta valutando, oggi al 12%. È un indicatore classico di scarso entusiasmo: pochi granitici, molti tiepidi che si sfilacciano. La previsione “ragionevole” di affluenza, calcolata non solo sulla dichiarazione di voto ma anche sull’importanza attribuita alla riforma e sull’interesse per la campagna, si colloca al 42%. E la partecipazione massima, ad oggi, potrebbe arrivare al 49%.

Per Palazzo Chigi il semaforo diventa rosso

È su questi due scenari che si gioca la partita politica, ed è qui che per Palazzo Chigi il semaforo diventa rosso. Con una partecipazione al 42%, i sì si fermerebbero al 47,6%, in calo di 1,8 punti rispetto al sondaggio del 12 febbraio, mentre i no salirebbero al 52,4% con un incremento analogo. Se invece l’affluenza salisse fino al 49%, il quadro si ribalterebbe in una fotografia di equilibrio assoluto: sì al 50,2%, no al 49,8%. È il classico referendum appeso a un filo, dove il vero avversario non è l’altra parte ma la capacità di portare gente ai seggi.

L’elemento che agita i piani alti della maggioranza

Dentro queste percentuali c’è un altro elemento che agita i piani alti della maggioranza: la mobilitazione è asimmetrica. Oggi la spinta a votare è più alta nell’elettorato dell’opposizione, soprattutto tra i democratici, dove l’affluenza stimata arriva al 63%, seguiti dai pentastellati al 57% e dalle altre liste del centrosinistra al 51%. Dall’altra parte, nella maggioranza, fa eccezione Fratelli d’Italia con una stima del 59%, mentre gli altri segmenti appaiono più freddi: tra gli elettori di Forza Italia e Noi moderati l’affluenza stimata è al 45%, tra i leghisti al 44%. È un dato politicamente pesante perché racconta una minor disposizione al voto proprio nelle aree che dovrebbero fare massa critica per spingere il sì. E come spesso accade, l’astensione tende a colpire soprattutto chi non percepisce la consultazione come decisiva o identitaria.

A rendere il quadro ancora più mobile: indecisi e prevedibili

Nello scenario con partecipazione al 42% gli incerti sono poco più del 7%; con partecipazione più elevata salgono a poco più del 9%. E con risultati così vicini, quella quota può diventare una leva decisiva, capace di spostare l’ago in extremis. Ma l’altra notizia, più insidiosa per chi guida la macchina del sì, è la “tendenza alla crescita del no”, che secondo Pagnoncelli si è rafforzata anche per un fattore politico: una campagna che, anziché chiarire, ha polarizzato.

Gli orientamenti per area politica restano coerenti e, in un certo senso, “prevedibili”: tra gli elettori delle forze di governo il sì è quasi granitico, oltre il 94%. Il dato interessante però è quello opposto: nell’opposizione l’adesione al no non è monolitica ma si irrobustisce, e soprattutto si registra un calo significativo dell’orientamento al sì tra gli elettori del Pd e tra quelli delle altre liste di centrosinistra. A febbraio tra gli elettori dem orientati al sì si stava tra il 10 e il 14%, ora tra il 7 e il 9%. Nelle altre liste di centrosinistra, il sì era stimato tra il 27 e il 33%, ora tra il 22 e il 28% (a seconda dello scenario). È come se una parte di elettorato che poteva restare “perplesso ma disponibile” si fosse irrigidita sul no, anche reagendo ai toni della campagna.

E qui, al di là dei numeri, torna la politica

Perché il referendum, in teoria, avrebbe potuto scivolare sotto traccia. Invece il dibattito si è acceso e, a tratti, è sembrato cercare proprio lo scontro frontale. Un effetto collaterale che, secondo la lettura del sondaggio, può aver favorito la crescita della contrarietà: la maggiore mobilitazione dell’opposizione e “alcuni eccessi comunicativi” da parte di esponenti istituzionali del centrodestra, che avrebbero contribuito a spostare verso il no una fetta di elettori di opposizione che prima guardavano al sì con meno ostilità.

L’attualità internazionale rischia di fare da moltiplicatore

Se l’attenzione collettiva viene risucchiata dalla guerra nel Golfo e dalle ricadute economiche, non è detto che cresca l’astensione in modo uniforme: può crescere soprattutto dove la motivazione è già più bassa. Ed è qui che a Palazzo Chigi il timore diventa strategico: perdere per un referendum non è solo un dato numerico, è un messaggio politico. Ma perdere perché la propria area resta a casa, mentre l’altra si mobilita, è un messaggio ancora più netto. E la campagna, da qui al voto, sembra destinata a giocarsi su un terreno molto meno “giuridico” e molto più emotivo: paura dei prezzi, sfiducia, stanchezza, e quella sensazione tipicamente italiana per cui le grandi scelte arrivano sempre quando tutti stanno pensando ad altro.