San Siro fischia JD Vance, ma l’America non lo sente: quando la tv spegne il dissenso

J.D. Vance

Le Olimpiadi moderne si fondano su una promessa tanto semplice quanto ambiziosa: il mondo intero che guarda lo stesso momento, nello stesso istante. Un rito globale, condiviso, apparentemente indivisibile. Venerdì sera, a Milano, quell’illusione si è incrinata sotto gli occhi – e soprattutto sotto le orecchie – di milioni di spettatori.

Quando il Team USA è entrato a San Siro durante la sfilata delle nazioni, guidato dalla pattinatrice di velocità Erin Jackson, lo stadio ha risposto con un’accoglienza calorosa. Applausi pieni, convinti. Poi, pochi secondi dopo, l’inquadratura sul vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance e sulla second lady Usha Vance. Ed è lì che l’atmosfera cambia. Dalle tribune partono fischi netti, prolungati, impossibili da confondere con un brusio. Non un incidente acustico, ma una reazione politica.

Li hanno sentiti i canadesi collegati con la CBC. Li hanno sentiti gli spettatori britannici attraverso il racconto della BBC. Li hanno sentiti i giornalisti presenti nello stadio. Li hanno sentiti, e registrati, decine di migliaia di telefoni sugli spalti. Tutti, tranne uno: il pubblico americano che seguiva la cerimonia sulla rete NBC.

In un’altra epoca, una discrepanza simile sarebbe potuta passare inosservata. Oggi no. Oggi nessun grande evento vive più dentro un solo schermo. Ogni momento è immediatamente moltiplicato, scomposto, riassemblato. Clip, replay, dirette parallele, social. In pochi minuti, online circolavano versioni diverse dello stesso identico istante: alcune con i fischi, altre senza. Non più una scelta di regia, ma un caso mediatico.

NBC ha negato di aver alterato l’audio del pubblico

Tecnicamente, dice l’emittente, nulla sarebbe stato “modificato”. Eppure resta un fatto difficile da spiegare: perché quei fischi, chiaramente udibili nello stadio e presenti in altri feed internazionali, risultavano assenti nella trasmissione destinata agli Stati Uniti? Il silenzio, in questo caso, pesa più di una smentita.

È qui che la vicenda smette di essere un dettaglio olimpico e diventa un problema politico e culturale. Come ha scritto The Guardian, il rischio non è soltanto che il pubblico se ne accorga. Il rischio è che i tentativi di “gestire la narrazione” rendano i broadcaster meno credibili, non più affidabili. Perché oggi il pubblico parte da un presupposto diverso rispetto al passato: esiste sempre un’altra angolazione. Ogni volta che un’emittente compie lo scambio tra protezione e credibilità, è uno scambio che, prima o poi, viene notato.

Il punto non è se NBC abbia abbassato un microfono, ritardato un canale audio o semplicemente privilegiato un’inquadratura meno rumorosa. Il punto è l’effetto. E l’effetto è che milioni di spettatori americani hanno assistito a una versione edulcorata di un momento che, per il resto del mondo, era chiaramente politico. Un dissenso cancellato non perché violento, non perché pericoloso, ma perché scomodo.

In uno stadio italiano, durante una cerimonia olimpica, una parte del pubblico ha espresso un giudizio politico su un esponente dell’amministrazione statunitense. Non è un tradimento dello spirito olimpico. È, semmai, una manifestazione di quello spirito nelle società aperte: il dissenso non viene confinato, ma si mostra. Tentare di rimuoverlo selettivamente significa alterare la realtà, non proteggerla.

La questione diventa ancora più delicata se la si guarda in prospettiva

Gli Stati Uniti si preparano a ospitare due dei più grandi eventi sportivi del pianeta: i Mondiali di calcio del 2026 e le Olimpiadi di Los Angeles del 2028. Eventi che porteranno sul suolo americano centinaia di broadcaster internazionali, migliaia di giornalisti, milioni di occhi e di telefoni accesi.

Se un rappresentante dell’amministrazione americana verrà fischiato a Los Angeles o durante una partita dei Mondiali in New Jersey o a Dallas, cosa accadrà? Le emittenti domestiche sceglieranno di silenziare l’audio del pubblico? Eviteranno di menzionare il dissenso? E cosa succederà quando il segnale internazionale, o una rete straniera, mostrerà qualcosa di completamente diverso?

La differenza rispetto al passato è tutta qui: non esiste più un controllo centralizzato del racconto. Anche se una rete nazionale decide di “ripulire” un momento, quel momento continuerà a esistere altrove. Nei feed stranieri. Nei liveblog. Nei video amatoriali. In 40mila clip caricate in tempo reale. Il tentativo di gestione non elimina il fatto: lo rende sospetto.

Dietro scelte di questo tipo c’è anche una pressione strutturale che non può essere ignorata. L’era Trump ha lasciato in eredità un rapporto conflittuale, spesso apertamente ostile, tra potere politico e media tradizionali. I broadcaster non operano nel vuoto. Operano dentro contesti regolatori, equilibri aziendali, diritti televisivi da miliardi di dollari. Quando presidenti e loro alleati attaccano pubblicamente le reti, o minacciano riforme e ritorsioni, è ingenuo pensare che ciò non produca effetti a cascata sulle scelte editoriali.

Ma c’è una linea che separa il contesto dalla distorsione

Quando la discrepanza diventa visibile a livello globale, la scelta editoriale smette di sembrare prudenza e inizia ad assomigliare a qualcos’altro: gestione della narrazione. Ed è per questo che paragoni un tempo considerati eccessivi – con modelli di comunicazione più opachi, persino di tipo statale – oggi appaiono meno caricaturali.

Il dissenso del pubblico non è un errore da correggere. È un dato da raccontare. Cancellarne una metà significa appiattire la realtà in qualcosa di artificiale, e quindi fragile. In un’epoca in cui la fiducia nelle istituzioni mediatiche è già erosa, ogni omissione visibile diventa un boomerang.

Da anni, negli Stati Uniti, il rapporto tra politica e sport viene analizzato attraverso micro-momenti: applausi o fischi, standing ovation o silenzi imbarazzati. Clip selettive, interpretazioni partigiane, montaggi interessati. Le Olimpiadi di Los Angeles saranno un’altra cosa. Non ci sarà modo di evitare la scena centrale. La Carta Olimpica impone che il capo di Stato del Paese ospitante dichiari ufficialmente aperti i Giochi. Non esiste un piano B.

Se Donald Trump sarà ancora alla Casa Bianca nel luglio 2028, si troverà davanti a un pubblico globale nel pieno di un’altra campagna presidenziale, in California, in un contesto politicamente tutt’altro che amichevole. Ci saranno applausi. Ci saranno fischi. Ci sarà tutto ciò che sta nel mezzo. E non ci sarà modo di farlo sparire senza che qualcuno, da qualche parte, se ne accorga.

Il vero rischio per i broadcaster americani non è che il dissenso venga mostrato. È che il pubblico inizi a dare per scontato che tutto ciò che non viene mostrato sia stato nascosto. È una dinamica corrosiva, perché una volta innescata non riguarda più un singolo episodio, ma l’intero patto di fiducia tra chi trasmette e chi guarda.

Milano potrebbe restare un dettaglio: pochi secondi di rumore di folla in una lunga cerimonia. Oppure potrebbe essere ricordata come un’anticipazione. L’anteprima di una fase nuova della trasmissione sportiva globale, in cui il controllo del racconto non è più monopolio di nessuno, ma un terreno condiviso, contestato, immediatamente verificabile. Il mondo stava guardando. Ma, soprattutto, stava registrando. E questa volta, il silenzio ha fatto più rumore dei fischi.