San Siro, perquisizioni e nuovi indagati: la Procura sospetta una vendita pilotata tra Comune, dirigenti e club

Milano, Stadio Meazza San Siro – IPA @lacapitalenews.it

Adesso il caso San Siro non è più soltanto una battaglia politica, urbanistica e simbolica. Adesso è diventato, in piena regola, un caso giudiziario sempre più esteso. Le perquisizioni scattate questa mattina tra Palazzo Marino, la società M-I Stadio, le abitazioni di ex assessori, dirigenti e consulenti vicini a Milan e Inter segnano infatti un salto di livello nell’inchiesta sulla vendita del Meazza. Per la Procura di Milano non si tratta più solo di verificare se la procedura sia stata corretta in astratto. Il sospetto, molto più grave, è che attorno alla cessione dello stadio e alla valorizzazione dell’area si siano mossi accordi informali e collusioni mirati a orientare l’esito dell’operazione.

La Guardia di finanza, su delega dei magistrati e con decreto firmato dal gip, sta cercando telefoni, chat, mail, documenti e materiali utili a ricostruire la filiera dei rapporti tra apparato comunale, consulenti e uomini legati ai due club. Il perimetro degli indagati, nel frattempo, si è allargato e comprende non solo figure politiche ed ex amministratori del Comune, ma anche ex manager e consulenti dell’universo nerazzurro e rossonero.

L’inchiesta su San Siro cambia passo

Il cuore dell’indagine ruota attorno a due ipotesi di reato: turbativa d’asta e rivelazione del segreto d’ufficio. Due accuse che, lette insieme, disegnano uno scenario preciso. Da una parte l’idea che la procedura amministrativa per la vendita e la valorizzazione della grande funzione urbana di San Siro possa essere stata costruita in modo da favorire un esito già scritto. Dall’altra il sospetto che atti interni e delibere ancora riservate siano stati condivisi con soggetti esterni prima ancora di arrivare in giunta, alterando così il principio di imparzialità dell’azione pubblica.

Secondo la contestazione della Procura, tra il 2019 e il 2025 ci sarebbero stati contatti, scambi e intese non formalizzate per condizionare passaggi decisivi dell’iter amministrativo, compreso il contenuto dell’avviso pubblico del 24 marzo 2025 per raccogliere manifestazioni di interesse sullo stadio e sulle aree circostanti. È proprio questo uno dei punti più sensibili dell’intera vicenda. Perché quella finestra di appena 37 giorni, chiusa il 30 aprile, era già finita nel mirino dei comitati contrari alla vendita, convinti che tempi così stretti rendessero di fatto impossibile la presentazione di offerte alternative a quelle di Inter e Milan.

Chi sono gli indagati e perché le accuse pesano

Nel fascicolo compaiono nomi pesanti. Ci sono gli ex assessori Giancarlo Tancredi e Ada De Cesaris, il direttore generale del Comune Christian Malangone, l’ex responsabile del settore Rigenerazione urbana Simona Collarini, oltre a consulenti e manager che in tempi diversi hanno lavorato per Milan e Inter o per le strutture collegate al dossier stadio. Tra questi figurano anche Alessandro Antonello, Mark Van Huukslot, Giuseppe Bonomi, Fabrizio Grena e Marta Spaini.

La Procura contesta in particolare alcuni episodi specifici. Uno riguarda la condivisione anticipata, tra il 4 e il 5 novembre 2021, di una proposta di delibera di giunta con Ada De Cesaris, che in quel contesto viene indicata come consulente dell’Inter. Un altro passaggio riguarda invece una delibera del gennaio 2023 che, secondo i pm, sarebbe stata trasmessa in anticipo a Mark Van Huuksloot, allora manager del club nerazzurro. Se confermati, questi episodi non sarebbero semplici leggerezze burocratiche ma veri e propri anticipi riservati su atti che avrebbero dovuto restare confinati nella sfera istituzionale fino alla loro discussione e approvazione.

Il nodo politico: interesse pubblico o vantaggio privato?

È qui che il caso San Siro smette di essere un tecnicismo e diventa una questione politica gigantesca. Perché il sospetto di fondo dei magistrati è che la legge sugli stadi sia stata usata non solo per risolvere il futuro del Meazza, ma anche per sostenere un più ampio progetto di urbanizzazione e valorizzazione immobiliare dell’area, con il rischio di far prevalere gli interessi privati su quelli pubblici.

Il Comune ha incassato 197 milioni di euro dalla vendita dello stadio e delle aree, con 73 milioni attribuiti al Meazza e 124 ai terreni circostanti. Ma proprio il prezzo è stato uno degli elementi più contestati da comitati, cittadini ed esponenti del fronte del no. Palazzo Marino ha sempre difeso la correttezza della valutazione, richiamando il ruolo terzo dell’Agenzia delle Entrate. Eppure il sospetto non si è mai spento: davvero quella cifra rifletteva il valore reale del complesso o era parte di un impianto già orientato a chiudere l’operazione alle condizioni più utili ai club e ai soggetti interessati allo sviluppo dell’area?

Le chat, Boeri e il messaggio a Sala

Dentro questo quadro si inserisce anche un elemento dal forte peso simbolico e politico: una chat del 10 settembre 2019 in cui Stefano Boeri avvertiva il sindaco Giuseppe Sala che sul dossier stadio stavano prendendo il sopravvento gli interessi privati. Il senso di quel messaggio, più ancora delle parole in sé, è devastante: l’architetto, prendendo atto che il suo progetto di stadio-bosco non era stato accolto, metteva in guardia il primo cittadino sul rischio di creare un precedente in cui decisioni private finivano per sostituirsi all’interesse collettivo.

È un passaggio che non prova da solo alcun reato, ma aiuta a raccontare il clima. E cioè quello di una lunga operazione su cui, già da anni, si accumulavano malumori, diffidenze e sospetti sulla reale autonomia decisionale del Comune.

Il colpo a Palazzo Marino e gli effetti immediati

La delicatezza del momento si misura anche dalle conseguenze immediate. Dopo la notizia delle perquisizioni, è stata rinviata la conferenza stampa prevista in Comune per celebrare la fine dei lavori di restauro di Palazzo Marino, appuntamento al quale avrebbe dovuto partecipare anche il sindaco Sala. Un rinvio che fotografa bene l’imbarazzo di queste ore. Perché il dossier San Siro, già divisivo sul piano pubblico, ora rischia di diventare una ferita istituzionale vera.

Nel frattempo il ministro dello Sport Andrea Abodi ha scelto una linea prudente ma netta: bene la chiarezza, bene anche la pulizia. Un modo per marcare la distanza e provare a separare il destino giudiziario dell’operazione dal percorso più generale sugli stadi e sugli Europei. Ma la realtà è che, da oggi, quelle due dimensioni non possono più essere tenute del tutto separate.

Il rogito tra Comune e club è stato firmato il 5 novembre 2025, e solo la scorsa settimana era partito l’iter per il piano attuativo di rigenerazione. L’inizio dei lavori era previsto per la seconda metà del 2027. Adesso, però, il calendario rischia di pesare meno delle carte. Perché prima di capire che cosa diventerà San Siro, Milano dovrà capire una cosa molto più scomoda: se il suo stadio sia stato davvero venduto seguendo l’interesse pubblico oppure dentro un percorso già apparecchiato altrove.