A Palazzo Ducale, alla tre giorni “Democrazia alla prova”, la segretaria Pd intreccia politica estera e agenda interna: critica la linea del governo verso Trump e chiede al partito di accelerare sulla campagna per il No alla riforma della Giustizia, con l’adesione della sindaca Salis. Poi l’affondo sul ddl sul consenso: «Riesce a cancellare il consenso da una legge sul consenso».
Un pomeriggio genovese che sembra costruito apposta per tenere insieme passato e futuro, simboli e calendario, memoria e battaglia politica. Elly Schlein torna a Genova a un mese dall’ultima visita e si muove come se stesse già scrivendo l’anteprima dei prossimi mesi: la campagna referendaria sulla Giustizia, il posizionamento internazionale dell’Italia, lo scontro con il governo sul terreno più sensibile, quello dei diritti e della violenza sessuale. Il luogo è Palazzo Ducale, cornice della tre giorni “Democrazia alla prova”, organizzata da Fabrizio Barca e Luca Borzani, ma la sostanza è tutta politica: un’agenda fitta, un colloquio riservato con la sindaca Silvia Salis e una linea di fondo che Schlein prova a rendere coerente dall’inizio alla fine.
La giornata si apre e si chiude con la stessa idea: Genova come orizzonte “sensibile” nella scena nazionale. C’è la memoria di Guido Rossa, c’è l’abbraccio con Barca e con gli ospiti del Forum Disuguaglianze Diversità, c’è mezz’ora di colloquio a tu per tu con Salis. E c’è, soprattutto, un messaggio al partito locale: massimo impegno sulla sfida del referendum sulla Giustizia, perché “la partita dalla quale passerà tanto di quello che verrà” si gioca adesso. Da qui la richiesta ai dirigenti dem del territorio di accelerare e investire sulla campagna per il No alla riforma, e da qui la disponibilità della sindaca a sostenere quella posizione, con l’adesione al documento firmato dai sindaci per il No.
Dentro questo quadro, Schlein infila anche la sua lettura di politica estera, e la mette in faccia al governo senza troppi giri. Parla di «subalternità a Trump che costerà caro in termini di credibilità», e la traduce in una critica concreta alla postura internazionale dell’esecutivo. «Meloni dice vuole dare il Nobel a Trump? Questa subalternità ci sta portando fuori asse, in una direzione per la prima volta diversa dagli altri Paesi europei, – dice Schlein da Palazzo Ducale, sede di “Democrazia alla prova”, la tre giorni organizzata da Barca a Luca Borzani – anche sul non essere riuscito a dire questo governo cinque semplici parole, che la Groenlandia non si tocca, che l’integrità territoriale di uno Stato europeo e membro della Nato non è in vendita».
È un passaggio che vale come fotografia del momento: Schlein prova a incastrare la politica estera in un racconto più largo, in cui l’Italia rischia di ritrovarsi isolata proprio nel punto in cui dovrebbe essere più salda, cioè sul fronte europeo e multilaterale. E insiste, rincarando su Europa e istituzioni internazionali, come se la partita italiana fosse inseparabile da quella globale: «Noi vorremmo vedere l’Italia che si mette alla guida di un grande rilancio dell’integrazione europea, oggi l’Europa deve difendere le sedi del multilateralismo che sono sotto attacco dalla destra globale – continua Schlein – Questa delegittimazione dell’Onu è inaccettabile. Se saltano le sedi multilaterali, saltano le sedi dove il dialogo tra i popoli e gli stati prevale sulla legge del più forte.se prevale la legge dei più forti, il più forte non siamo noi».
Poi c’è l’incontro con Salis, che Schlein racconta con una formula misurata ma politicamente densa: «la piena fiducia nel lavoro che sta facendo la sindaca, che il Pd continua a supportare fortemente». È l’unico commento sul rapporto con la prima cittadina, in un momento in cui il nome di Salis circola da settimane come possibile carta nazionale del centrosinistra con vista 2027. Schlein non alimenta quel discorso, non lo smentisce e non lo cavalca: si limita a blindare il sostegno e a fissare l’unico punto certo, la condivisione della posizione sul referendum.
Il punto di rottura più netto, però, arriva quando Schlein sposta il fuoco sul cosiddetto ddl sul consenso. Qui l’attacco diventa frontale, perché tocca una questione che la segretaria Pd presenta come identitaria e non negoziabile. «La proposta Buongiorno è irricevibile nel metodo e nel merito – è poi il passaggio sul cosiddetto ddl sul consenso di Schlein – Nel metodo perché avevamo votato insieme all’unanimità una legge alla Camera e bisognava partire da quel testo. Nel merito perché questa legge, questa proposta anzi della destra, è una proposta che riesce a cancellare il consenso da una legge sul consenso».
La critica è doppia: procedurale e sostanziale. Da un lato Schlein rivendica un percorso parlamentare già avviato e condiviso, dall’altro accusa la nuova proposta di cambiare l’impianto culturale della norma, spostando il baricentro dalla tutela della vittima alla ricerca di un “dissenso” esplicito, con l’effetto, sostiene, di aumentare il peso sulle spalle di chi denuncia. «La proposta che avevamo fatto e che è passata anche da una interlocuzione, come ricorderete, tra me e Giorgia Meloni aveva soprattutto questo elemento di grande novità – conclude la leader del Pd – Finalmente nel nostro ordinamento entrava il concetto del consenso, quello che c’è nella Convenzione di Istanbul, cioè una legge che dice chiaramente che la nostra società non accetta atti sessuali fatti senza il consenso, perché gli atti sessuali senza il consenso sono violenza. Ecco, questa proposta fa un passo indietro perché cancella il consenso e lo sostituisce con il dissenso, di nuovo mettendo più peso sulle spalle delle donne e delle vittime dentro ai processi. E facendo un passo indietro, un arretramento anche rispetto alla giurisprudenza ormai consolidata della Corte di Cassazione e della Corte europea dei diritti dell’uomo».
Il filo, a quel punto, è chiaro: Genova non è solo una tappa, ma un punto di lancio. Schlein prova a tenere insieme la battaglia referendaria sulla Giustizia, la critica alla linea internazionale del governo e lo scontro sul ddl sul consenso come se fossero capitoli dello stesso racconto: chi decide, chi pesa di più, chi paga il prezzo delle scelte politiche. Il resto, adesso, sarà campagna vera. E per il Pd la partita comincia da qui, con la sindaca in prima fila e un messaggio che non lascia molto spazio alle sfumature: sul referendum si va al muro, sul consenso non si arretra.







