Se anche Zelensky “sferza duramente l’Europa”, dobbiamo convenire che siamo messi davvero male

Volodymyr Zelensky

Se anche Zelensky con i suoi affanni giornalieri “sferza duramente l’Europa”, come hanno titolato alcuni giornali dello scorso venerdì, dobbiamo convenire che noi abitanti del vecchio Continenti siamo messi davvero male.

Appartengo a una generazione che ha goduto 80 anni di pace e che ha osservato da lontano le guerre che in questo stesso lungo periodo si sono registrate qua e là sul nostro pianeta. Anche se devo confessare che, diventando più adulto, il mondo imbrattato di sangue mi ha procurato via via una crescente sofferenza che ha toccato il suo macabro apogeo con il massacro di Gaza.

Tutte quelle vittime che le televisioni ogni giorno ci scaraventavano nelle nostre case, in maniera particolare quel numero così alto di bambini inermi uccisi o destinati a rimanere mutilati per sempre hanno rappresentato l’orrore più grande che si sia mai disvelato negli ultimi decenni di fronte ai miei occhi increduli. Il fatto poi che gli autori dell’eccidio giornaliero appartenessero a un popolo in origine scampato alla Shoah, ha causato dentro di me e in molte persone un supplemento di tristezza senza fine.

A volte mi viene da pensare – si sa che spesso i disastri generano nella mente degli individui idee folli – che questa nostra epoca con i suoi orrori sia apparsa impegnata a recuperare sul piano bellico quegli 80 anni perduti.

Qualche parola adesso sull’America dei nostri giorni, divenuta con Trump protagonista negativa della scena del mondo. In passato questo grande paese era apparso decisivo non solo nella sconfitta del nazifascismo ma anche nell’accoglienza di plebi disperate alla ricerca di lavoro e di pace. Sono state queste innegabili benemerenze a far dimenticare ad una grande parte del mondo le tante assurde incursioni belliche attuate dagli americani qua e là in molti paesi dal 1945 in poi.

Oggi però, con la seconda vittoria di Trump, anche quelle benemerenze sembrano di giorno in giorno dissolversi nella coscienza dell’umanità. Non c’è un gesto pubblico dell’attuale presidente americano che, quelle benemerenze, non le contraddica palesemente o che non lo raffiguri come un concentrato di prepotenza e di affarismo. La derisione continua della democrazia così presente nei gesti del tycoon appare negli ultimi tempi insopportabile. Il suo modello politico, per quanto inverosimile possa apparire, resta Putin al quale invidia il potere senza vincoli di cui dispone.

Naturalmente non gli vien fatto di pensare che il despota russo appare l’archetipo contrario del buon politico americano, cultore della democrazia, delle sue regole e dei suoi contrappesi. Putin infatti non solo proviene dai servizi segreti russi – un cursus honorum spietato e senza regole che segna in profondità il suo profilo biografico – ma, più in generale, appartiene ad un popolo che, per secoli con gli zar e successivamente con l’Unione sovietica, non ha mai conosciuto la democrazia.

Non è un caso che quando negli ultimi mesi gli capita l’occasione di fare riferimento alle forme di governo parlamentari dell’Occidente, non trova di meglio che definirle “decrepite”. Trump appare così irresistibilmente attratto dai poteri sbrigativi del suo omologo russo che una mezza idea di potere fare, anche lui, a meno della democrazia nel suo paese, ogni tanto la sua mente l’accarezza. Sogna un mondo dominato da tre-quattro autocrazie senza regole in cui la forza e la ricchezza dell’America gli consenta di comportarsi da padrone dell’universo.

Quello che ha detto e fatto in quest’anno di presidenza non poteva essere neanche lontanamente immaginato dalla mente politica più fervida e immaginifica dell’intero pianeta. Anche se qualche indizio lo aveva offerto già nel suo primo mandato, quando tra lo stupore dei giornalisti presenti aveva rivelato: “Non ho mai letto un libro nella mia vita”. Più che un indizio, una sciagura per chi, privo dei sedimenti culturali di difformità o di analogia depositati nel tempo dalla lettura nella mente degli uomini, pretende di governare il mondo.

Chiudo con un’annotazione malinconica. E’ stupefacente che sia stato il Canada di Mark Carney, paese geograficamente vicino agli Stati Uniti e quindi più esposto a rischio di reazioni inconsulte da parte di Trump e non l’Europa tutta (il luogo dove cinque secoli prima della nascita di Cristo ha preso vita la democrazia) per una volta unita, a ricordare a Trump l’orgoglio della nostra provenienza

di Agazio Loiero