Se la situazione non fosse seria, sarebbe tragicomica: Salvini veste i panni del paciere e chiede a Nordio di abbassare i toni mentre la maggioranza balla sul referendum

Matteo Salvini

Se non ci fosse di mezzo un referendum sulla giustizia, e se non ci fosse di mezzo una tensione istituzionale che da giorni si alimenta a colpi di frasi troppo pesanti, la scena sarebbe quasi perfetta. Il leader della Lega che fa da pompiere al ministro della Giustizia. Matteo Salvini che chiede toni più tranquilli a Carlo Nordio dopo la definizione del Csm come “sistema para-mafioso”. Una di quelle immagini che, in un Paese normale, non dovrebbero nemmeno esistere: il capo di un partito che richiama alla prudenza un Guardasigilli della stessa maggioranza, come se stesse parlando dell’opposizione o di un commentatore fuori controllo.

Salvini lo dice senza girarci troppo attorno: «Come ho commentato le parole di Gratteri, commento anche quelle di Nordio. Evitiamo aggettivi, attacchi e insulti e parliamo del merito». Punto. L’obiettivo dichiarato è spostare l’attenzione dalla polemica alla sostanza della riforma. L’obiettivo implicito è molto più pratico: evitare che la campagna referendaria diventi un ring, dove ogni parola rimbalza e si trasforma in un boomerang contro il governo.

La linea è quella della decompressione. Salvini parla di “nervosismo a sinistra” e in “certi ambienti della magistratura”, ma subito dopo prova a togliere benzina al fuoco: «Io spero che nel mese che ci separa dal voto si parli del merito». E aggiunge la frase che, nelle intenzioni, dovrebbe riportare tutto a una cornice più ordinata: «Gli italiani in questo referendum sulla Giustizia non voteranno pro o contro Salvini, Nordio, Gratteri, il governo, la Schlein. Conto che tutti abbiano toni più tranquilli».

È una dichiarazione che suona quasi come un appello collettivo, ma in realtà è un messaggio mirato: smettiamola di trasformare ogni uscita in un attacco personalizzato, perché la personalizzazione fa esplodere la tensione e sposta il voto dal merito al tifo. È anche, inevitabilmente, un modo per mettere una distanza tra sé e l’aggettivo che ha incendiato la miccia: “para-mafioso” accostato al Csm. Perché lì non si discute più di riforme o di modelli: lì si entra nel territorio delle delegittimazioni. E quando lo fai, non controlli più la reazione.

Non a caso Salvini torna anche sul caso Gratteri e lo definisce una “caduta di stile”. «Mi spiace perché io l’ho conosciuto e l’ho apprezzato. È stata una caduta di stile». Il ragionamento è coerente: se chiedi toni bassi a Nordio, devi chiederli anche dall’altra parte, altrimenti la tua postura diventa propaganda. E infatti Salvini prova a costruire una simmetria: io non dico che chi voterà No è un delinquente, un criminale o un facinoroso. Non trasformiamo il referendum in una schedatura morale.

Poi però, nella stessa dichiarazione, torna l’argomento politico vero: la riforma. Salvini la chiama «un’occasione storica per restituire fiducia e credibilità alla magistratura che negli ultimi anni un po’ l’ha smarrita» e mette al centro un punto che, per la Lega, è identitario: l’idea che con l’Alta Corte anche i magistrati «come tutti gli altri lavoratori e lavoratrici italiani» possano essere giudicati e sanzionati in caso di errore. È la narrazione “equità e responsabilità”, confezionata in modo da parlare a un elettorato che chiede regole uguali per tutti e che vive con fastidio l’idea di un corpo separato.

Fin qui, il capitolo giustizia. Ma Salvini, come spesso accade, non resta su un solo tavolo. E mentre invita Nordio a smussare gli spigoli, manda un messaggio politico a Forza Italia – e quindi, di riflesso, al suo mondo dirigente – sul decreto bollette. Il contesto è la riunione imminente in Consiglio dei Ministri e la necessità di trovare risorse per alleggerire il costo dell’energia per famiglie e imprese. Salvini parla di “sacrificio e contributo alle aziende”, ma poi stringe il mirino: le banche.

La frase è netta: «Sono appena usciti gli utili del 2025 delle principali banche italiane che si avvicinano ai 30 miliardi di euro. Penso che sarà doveroso chiedere alle banche che stanno facendo profitti incredibili grazie agli italiani e grazie al governo, un ulteriore contributo perché no, anche per le bollette». È un messaggio che pesa, perché non è solo una proposta economica: è una postura politica. È la Lega che torna a mettere in vetrina il suo riflesso populista-sociale, quello del “chi guadagna tanto deve dare di più”, soprattutto se quei profitti sono percepiti come legati a un sistema che scarica costi sui cittadini.

E qui il sottotesto diventa ancora più interessante: Salvini non è il ministro competente sul decreto bollette, lo dice lui stesso. «Io sono qua e non sono il ministro Pichetto». Però “conta” che si arrivi in Cdm e si dice pronto a votare. Traduzione: io non ho la penna, ma ho un megafono. E uso il megafono per orientare la narrativa, e anche per mettere pressione agli alleati. Perché chiedere un “ulteriore contributo” alle banche significa aprire un fronte che in maggioranza non è mai indolore, soprattutto con una forza come Forza Italia che storicamente ha un rapporto diverso con quel mondo.

Il risultato è una giornata in cui Salvini recita due parti insieme: il moderatore istituzionale sulla giustizia e l’agitatore politico sulle bollette. Da un lato invoca sobrietà e “toni più tranquilli” dopo le sparate che rischiano di trascinare il Csm nella contesa. Dall’altro alza l’asticella su un tema sociale che parla alla pancia dell’elettorato, lanciando un messaggio chiaro: se bisogna trovare soldi, guardiamo dove i soldi ci sono.

E forse il punto sta proprio qui: l’impressione di un governo che, mentre cerca di abbassare i toni per non incendiare il referendum, continua a muoversi per scatti e contro-scatti, tra parole forti e inviti alla prudenza, tra polemiche istituzionali e campagne di consenso. Salvini prova a rimettere ordine, ma lo fa dentro una maggioranza in cui le frasi esplodono prima ancora che si riesca a spegnerle. E quando il leader della Lega deve chiedere calma al ministro della Giustizia, non è solo un episodio curioso: è il segnale che la temperatura, ormai, è talmente alta che persino chi vive di scontro si accorge che si sta rischiando troppo.