Sicurezza, il governo “legge e ordine” non convince: per due italiani su tre Meloni ha fallito la risposta alle violenze di Torino

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La sicurezza, per gli italiani, non è più un tema astratto né una bandiera ideologica da sventolare a giorni alterni. È un’emergenza concreta, percepita, quotidiana. E proprio per questo il giudizio sull’azione del governo guidato da Giorgia Meloni risulta particolarmente severo. Dopo gli scontri avvenuti a Torino durante la manifestazione per Askatasuna, la narrazione del “governo della legge e dell’ordine” si schianta contro i numeri di un sondaggio che racconta un Paese inquieto e profondamente insoddisfatto.

Secondo la rilevazione realizzata da Izi, azienda specializzata in analisi economiche e politiche, il 75% degli italiani è convinto che esista un nuovo allarme sicurezza legato alle violenze di piazza. Non una percezione marginale, ma una maggioranza netta che attraversa gli schieramenti. Tra gli elettori dei partiti di governo la percentuale diventa quasi plebiscitaria: oltre il 93% ritiene che la situazione sia grave. Ma il dato politicamente più significativo è che anche tra chi vota opposizione la sensazione di emergenza resta maggioritaria, con il 62% degli intervistati che parla apertamente di scenario critico.

Il sondaggio, presentato nel corso della trasmissione L’Aria che tira, condotta su La7 da David Parenzo, fotografa una frattura profonda tra la paura diffusa e la fiducia nella risposta delle istituzioni. Perché se l’allarme è condiviso, la gestione politica viene largamente bocciata.

Il 66,9% degli italiani giudica non idoneo l’intervento dell’esecutivo per contrastare le violenze nelle manifestazioni. Una bocciatura senza appello, che non risparmia neppure la maggioranza. Anche tra gli elettori che sostengono il governo, tre su dieci dichiarano apertamente la propria insoddisfazione per come l’esecutivo ha reagito agli scontri di Torino. Un dato che pesa, perché colpisce proprio il cuore dell’identità politica su cui Meloni e la sua coalizione hanno costruito consenso: l’idea di uno Stato fermo, autorevole, capace di ristabilire l’ordine.

Eppure, agli occhi di una larga fetta di cittadini, quella promessa non si è tradotta in risultati convincenti. Più della metà degli italiani, il 54%, ritiene necessarie nuove misure urgenti in materia di ordine pubblico per contrastare le violenze durante le manifestazioni. Tra gli elettori di centrodestra la richiesta di una stretta è ancora più marcata: l’84% parla di interventi immediati. Ma il dato che segnala un cambio di clima è che anche tre elettori su dieci dell’opposizione concordano sulla necessità di misure più incisive. La sicurezza, insomma, smette di essere terreno di scontro ideologico e diventa una domanda trasversale, che la politica fatica a intercettare.

Il giudizio più impietoso, tuttavia, non riguarda solo il governo. A pagare un prezzo altissimo è anche la sinistra tradizionale. Il 77% degli elettori complessivi ritiene che non faccia abbastanza per isolare i violenti. Non per condannarli a parole, ma per prenderne realmente le distanze, senza ambiguità né giustificazioni. E qui il dato diventa ancora più significativo: anche tra gli elettori di opposizione, il 61,4% considera inadeguata l’azione contro i facinorosi. Un’autocritica implicita, che segnala quanto il tema della violenza politica sia diventato tossico per chi appare esitante o indulgente.

Il sondaggio entra poi nel merito delle misure allo studio del governo all’interno del decreto sicurezza. Le ipotesi di fermo preventivo, obbligo di cauzione e scudo penale raccolgono il consenso di circa il 40% degli elettori totali. Un dato non irrilevante, ma lontano dall’essere maggioritario. Le misure più controverse restano proprio l’obbligo di cauzione e lo scudo penale, che convincono meno l’elettorato di centrosinistra: tre elettori su dieci dichiarano di non esserne affatto persuasi. Segno che l’idea di rafforzare i poteri repressivi dello Stato continua a dividere, anche in presenza di un allarme sicurezza percepito come reale.

Il quadro che emerge è quello di un Paese che chiede protezione ma non si riconosce pienamente in nessuna risposta politica. Da un lato un governo che fa della fermezza il proprio marchio identitario, ma viene giudicato inefficace proprio sul terreno che dovrebbe essergli più favorevole. Dall’altro un’opposizione che paga una distanza crescente dall’opinione pubblica, accusata di non saper distinguere con sufficiente nettezza tra diritto alla protesta e violenza organizzata.

Gli scontri di Torino diventano così il detonatore di una crisi più ampia. Non solo di ordine pubblico, ma di credibilità. Perché quando tre italiani su quattro parlano di emergenza sicurezza e due su tre bocciano l’azione del governo, il problema non è più la piazza. È la politica, incapace di trasformare l’allarme in una risposta condivisa, efficace e riconoscibile. E il rischio, certificato dai numeri, è che tra paura e insoddisfazione continui ad allargarsi uno spazio vuoto che nessuno, al momento, sembra in grado di colmare.