Spagna in movimento, Italia immobile: perché Sánchez è il prodotto di un conflitto che da noi non c’è

Pedro Sánchez

In queste settimane, nel panorama politico internazionale, Pedro Sánchez appare quasi come una figura fuori scala. Nel rumore di fondo di governi timidi o apertamente regressivi, il presidente spagnolo sembra quasi un Che Guevara. Eppure – va detto con chiarezza – non è un leader rivoluzionario: è un progressista socialdemocratico di buon senso. La differenza tra percezione e realtà è interessante, ma ancora più interessante è il contesto che rende possibile quella percezione.

Diciamolo senza girarci troppo attorno: Sánchez è il prodotto di una pressione

Non nasce dal nulla, non agisce in solitudine, non occupa uno spazio deserto. È l’espressione di una dialettica viva. In Spagna, anche quando il quadro politico si polarizza e una parte consistente dell’elettorato vira a destra, esiste una metà del Paese che non solo dissente, ma si mobilita. Non resta confinata nei social, non si limita al commento ironico o indignato: scende in piazza, occupa, protesta, forza i limiti della legalità simbolica per rendere visibile un conflitto.

E soprattutto, alla sinistra del leader socialista esiste ancora una sinistra che fa la sinistra. Sumar, dentro la coalizione, e Podemos, fuori, non sono semplici etichette residuali o comitati elettorali in cerca di sopravvivenza. Sono soggetti politici che incalzano, pungolano, criticano. La parola “tiepido”, rivolta a Sánchez dalla sinistra spagnola, non è un insulto distruttivo: è il segno di un conflitto interno, di un campo progressista attraversato da tensioni reali.

Se si sposta lo sguardo sull’Italia, il contrasto è impietoso

Qui non c’è una gigantesca popolazione attiva e partecipe che scende in piazza con continuità e radicalità. Le manifestazioni esistono, ma raramente assumono il carattere di pressione strutturale sul governo o sulle opposizioni. Non c’è un tessuto diffuso di mobilitazione capace di condizionare stabilmente l’agenda politica.

Ma soprattutto manca una sinistra che faccia la sinistra. Alla sinistra del principale partito progressista non si trova un’area organizzata e riconoscibile che critichi e costringa a prendere posizione. Le forze che si collocano in quello spazio sono frammentate, marginali o incapaci di costruire un rapporto organico con movimenti sociali forti. Il risultato è che il campo progressista italiano non è attraversato da un conflitto fecondo, ma da una competizione debole e spesso autoreferenziale.

In Spagna, Sánchez può permettersi di essere criticato perché “tiepido” da chi gli sta a sinistra. In Italia, chi prova a usare categorie radicali rischia di parlare nel vuoto. L’assenza di una pressione dal basso produce un effetto paradossale: non è la moderazione a essere il frutto di un equilibrio dinamico tra forze contrapposte, ma la cifra di un sistema politico che non sente il fiato sul collo di un dissenso organizzato.

Il punto non è mitizzare la Spagna né ignorarne le contraddizioni. Si dirà che il 50% della popolazione sta scivolando verso il fascismo ed è vero. Ma intanto l’altra metà si mobilita ed è tantissimo. In Italia, al contrario, il rischio non è solo l’avanzata della destra, ma la rarefazione di un’opposizione capace di strutturarsi come alternativa.

Pedro Sánchez non è un eroe solitario

È il prodotto di qualcosa di molto più grande: di una società in movimento, di una sinistra plurale, di una tensione continua tra istituzioni e piazza. L’Italia, oggi, appare come il luogo in cui quella tensione si è allentata fino quasi a spegnersi. E finché non si ricostruirà uno spazio di conflitto reale, sarà difficile che emergano figure capaci non di sembrare Che Guevara, ma semplicemente di esercitare, con coraggio e astuzia, una politica progressista degna di questo nome.

di Alessandro Gaudio