«Spararono prima a mia madre, poi a lui»: l’agguato a Tony Chichiarelli e quel mistero che Roma non ha mai chiuso

«Ero nell’auto con i miei genitori quella notte, avevo appena un mese, e solo per un miracolo nessun proiettile mi ha ferito. A distanza di oltre 40 anni dall’agguato in cui mio padre è stato ucciso, sono più gli interrogativi che le risposte. Di lui mi restano i quadri che sono più di un lascito: sono la sua eredità». È una memoria che non si è mai spenta quella di Dante Chichiarelli, oggi 42 anni, figlio di Antonio, detto Tony, figura controversa e centrale nella Roma criminale degli anni Ottanta, l’uomo che ha ispirato il film “Il falsario”, disponibile su Netflix con Pietro Castellitto.

La notte tra il 27 e il 28 settembre del 1984, in zona Talenti, una scarica di proiettili mette fine alla vita del “Falsario”. Come ricorda “il Messaggero”, la sua storia «è legata a doppio filo a quella della Banda della Magliana». È attribuita a lui la firma dietro la rapina milionaria alla sede romana della Brink’s Company, ed è sempre a Chichiarelli che viene collegato il falso comunicato n. 7 delle Brigate Rosse, quello che durante il sequestro Moro annunciava l’esecuzione del presidente e indicava il Lago della Duchessa come luogo dove trovare il corpo.

Dante rilegge quell’agguato con parole che graffiano ancora. «Spararono prima a mia mamma. Come poi lei mi ha raccontato, ha spostato la testa quel poco che le ha salvato la vita. Un movimento impercettibile ma decisivo». Poi il caos, la scena che gli è stata ricostruita negli anni: «Lei ricorda nel tumulto, quasi incosciente, mio padre che urla contro il killer e poi i colpi di pistola che lo centrano». Una versione che contraddice quella circolata a lungo. «In molti, negli anni, hanno scritto che mio padre provò a scappare. In realtà non fu così: era posizionato con la macchina in maniera tale che, se avesse voluto, avrebbe potuto ingranare la marcia e salvare la sua e la mia di vita. Invece, scese dall’auto cercando di affrontare il suo assassino».

Il nodo resta lì, sospeso da quattro decenni. «Mio papà ha vissuto in un ambiente criminale di altissimo profilo e il drammatico epilogo rientra in questa storia carica, ancora oggi, di interrogativi e misteri. Ecco perché il killer e i mandanti restano, ancora oggi, senza nome». È un’accusa che non punta il dito contro un volto preciso, ma contro un vuoto giudiziario che non si è mai colmato.

Il percorso di Dante verso la verità è stato lento e doloroso. «È stato un lungo viaggio quello che mi ha portato a capire, per quanto possibile, la storia della mia famiglia. Per molti anni mi è stato detto che i miei genitori erano stati coinvolti in un incidente stradale. Gradualmente ho scoperto la verità». Un’infanzia costruita su una versione edulcorata, poi smontata pezzo dopo pezzo. «E in questo lungo viaggio proprio i quadri di mio papà mi hanno aiutato».

L’arte come filo rosso. «Ho iniziato a cercare tutto quello che era possibile recuperare negli archivi, nei libri. Mi sono concentrato sulle sue opere e il primo pezzo del puzzle che sono riuscito a inserire riguarda proprio la sua arte. Non era un semplice falsario, non solo un esecutore per capirci. Nelle opere che ha riprodotto è riconoscibile il suo stile». È la rivendicazione di un talento che, secondo il figlio, precede e supera la cronaca nera.

Il film su Netflix riaccende i riflettori su una figura che resta sospesa tra genio e criminalità. «Nella narrazione c’è un aspetto che è fedele alla realtà ed è lo stesso su cui ho a lungo riflettuto. Mio papà è nato a Magliano de’ Marsi, un piccolo paese abruzzese. Arrivato nella Capitale non conosceva nessuno e aveva un solo talento e cioè quello della pittura. Proprio questo talento però lo ha messo in contatto con una realtà criminale ad altissimo livello come poi la storia ci racconta». Una parabola che dalla provincia porta al cuore oscuro di Roma.

Dante però non vuole che la fiction copra la ferita. «Senza voler entrare nel merito di vicende giudiziarie, questa narrazione è fedele alla realtà. Ma c’è anche un altro aspetto che vorrei sottolineare». E lo fa con una frase che riporta tutto al piano umano. «È importante ricordare che dietro i film e le fiction, c’è la realtà. Nel mio caso, quello che è accaduto quella notte ha segnato la vita di mia mamma anche fisicamente perché ha perso un occhio».

Dietro il mito del “Falsario”, dietro le ombre dei servizi deviati e della Banda della Magliana, resta un agguato in strada, una famiglia colpita, un figlio cresciuto tra silenzi e archivi. E una domanda che ancora non ha trovato risposta: chi ha deciso che Tony Chichiarelli doveva morire, e perché?