Il Medio Oriente è a un passo dal punto di non ritorno. Dopo le recenti dichiarazioni di Donald Trump, che ha ventilato l’ipotesi di massicci bombardamenti entro tre settimane, la risposta della Repubblica Islamica non si è fatta attendere. Il clima è di mobilitazione totale e i segnali che arrivano dalle ambasciate suggeriscono un’imminente escalation.
La durissima replica militare di Teheran a Trump
L’esercito iraniano promette “attacchi devastanti contro Usa e Israele” come diretta conseguenza delle minacce ricevute dal tycoon. Il comando operativo militare Khatam Al-Anbiya ha diffuso una nota ufficiale, rilanciata dall’agenzia Mehr, che suona come un ultimo avvertimento: “Se Dio vuole, questa guerra vi porterà umiliazione, sconfitta, rimpianti e capitolazione”.
Queste parole arrivano in risposta alla strategia di Donald Trump, il quale ha dichiarato che gli Stati Uniti effettueranno massicci bombardamenti contro l’Iran entro due o tre settimane.
L’Iran rifiuta nuovi cessate il fuoco
La posizione diplomatica di Teheran sembra essersi irrigidita definitivamente. Il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmaeil Baghaei, ha chiarito che il Paese non accetterà più compromessi temporanei che non portino a una soluzione definitiva.
“Siamo determinati a continuare la nostra difesa contro l’aggressione statunitense-israeliana, finché questa guerra illegale continuerà”, ha dichiarato Baghaei sottolineando un concetto chiave: “L’Iran non sopporterà il circolo vizioso di guerra-negoziati-cessate il fuoco, per poi ripetere lo stesso schema. Questo è catastrofico non solo per l’Iran, ma per l’intera regione e oltre”.
Allarme rosso a Baghdad
Mentre la tensione tra i governi sale, la situazione sul campo diventa incandescente, specialmente in Iraq. L’ambasciata statunitense a Baghdad ha lanciato un appello drammatico ai propri concittadini, segnalando il pericolo imminente rappresentato dalle “milizie filo-iraniane” che potrebbero compiere attacchi nel centro di Baghdad entro 24-48 ore. Lo si legge sul profilo X della rappresentanza Usa nella capitale irachena.
Si legge:“Gruppi di miliziani terroristici iracheni allineati con l’Iran potrebbero avere intenzione di condurre attacchi nel centro di Baghdad nelle prossime 24-48 ore. L’Iran e le milizie terroristiche allineate con l’Iran hanno condotto attacchi diffusi contro cittadini statunitensi e obiettivi associati agli Stati Uniti in tutto l’Iraq, compresa la Regione del Kurdistan iracheno (IKR). Potrebbero avere intenzione di colpire cittadini statunitensi, aziende, università, sedi diplomatiche, infrastrutture energetiche, hotel, aeroporti e altri luoghi percepiti come associati agli Stati Uniti, nonché istituzioni irachene e obiettivi civili. Le milizie terroristiche hanno preso di mira cittadini americani per rapirli. I cittadini statunitensi dovrebbero lasciare l’Iraq immediatamente”.
L’ordine di evaquazione
Nonostante l’ordine di evacuazione, la diplomazia americana cerca di mantenere un presidio minimo, pur avvertendo dei rischi estremi. “La missione diplomatica statunitense in Iraq rimane aperta, nonostante l’ordine di espatrio, per assistere i cittadini statunitensi presenti in Iraq. Si sconsiglia di recarsi all’Ambasciata a Baghdad o al Consolato Generale a Erbil, a causa dei significativi rischi per la sicurezza”.
Il timore di sequestri è diventato realtà già lo scorso 31 marzo, quando nel centro di Baghdad è stata rapita la giornalista statunitense Shelly Kittleson, un episodio che pesa enormemente sul clima di queste ore.







