C’è un punto, a Sanremo, in cui il Festival smette di essere solo una gara e diventa un acceleratore di personaggi. Succede quando l’Italia si accorge che non sta guardando “un cantante”, ma un’idea. Tony Pitony è esploso così: una maschera da Elvis Presley che sembra uscita da un camerino di Las Vegas, una voce sorprendentemente educata al musical e una presenza scenica che non chiede permesso. Ti entra in casa con l’aria di chi sta recitando una parte, e intanto ti costringe a farti una domanda semplice: è un bluff o è uno più avanti di tutti?
Per dirla con Fiorello, “altro che Pucci, è lui la vera mina vagante” di questo Festival. La definizione è perfetta perché spiega il corto circuito: Pitony è pop e anti-pop nello stesso momento. Usa la confezione lucida del varietà e la riempie di ambiguità. È ironico ma non improvvisato, scandaloso ma con un controllo quasi maniacale della messa in scena. E soprattutto è uno di quei fenomeni che crescono velocissimi perché sono nati dove oggi nasce davvero la musica: nelle piattaforme, nelle community, nei commenti, nella guerra di meme che precede qualunque classifica.
Sull’identità reale, come spesso accade con i personaggi mascherati, si vive di mezze conferme e indiscrezioni. Dietro il nome d’arte, secondo ricostruzioni che circolano da tempo online, ci sarebbe il performer siracusano Ettore Ballarino, classe 1996. Ma il punto, in fondo, è che lui lavora perché quel “dietro” resti secondario. La maschera non è un vezzo: è la dichiarazione di un’intenzione. Protegge l’uomo, libera l’interprete. E in un’epoca in cui tutti chiedono autenticità come un certificato, Pitony fa l’opposto: rivendica la finzione come forma di verità.
Non a caso si definisce prima di tutto un attore. La sua impronta teatrale si sente nei dettagli: l’ingresso in scena, le pause, il modo di guardare il pubblico come se fosse una controparte da provocare. Nella sua mitologia convivono l’America di Elvis e Sinatra e una tradizione più stramba, fatta di performer capaci di destabilizzare chi guarda. Il riferimento non è il “cantante che canta”, ma l’artista che costruisce un personaggio e ci vive dentro, scena dopo scena.
In tv era comparso già nel 2020 con un provino a X Factor diventato, col tempo, materiale da culto: mascherato, teatrale, volutamente spiazzante. Un’apparizione che oggi sembra meno un tentativo di entrare nel sistema e più una specie di sabotaggio gentile: esserci senza aderire davvero alle regole di quel posto. Il salto vero, però, è arrivato altrove, lontano dagli studi televisivi: i social e lo streaming lo hanno trasformato in un oggetto virale. Brani dai titoli e dai testi espliciti hanno diviso il pubblico tra chi lo considera un provocatore intelligente e chi lo liquida come un fuoco di paglia costruito sul rumore. Ma la cosa interessante è un’altra: sotto la scorza sfrontata, spesso c’è una scrittura musicale curata, una forma elegante che contiene il caos. È questo contrasto a renderlo difficile da archiviare.
In Italia non sarebbe neppure una novità assoluta: abbiamo avuto intere stagioni di artisti che hanno usato l’ironia per far saltare le convenzioni, dagli eccessi goliardici di certe band “di culto” fino alle operazioni più fini e musicali. La differenza è il campo di gioco. Pitony non nasce per la radio, non vive di televisione: si alimenta di internet, delle sue dinamiche a valanga, della velocità con cui un personaggio diventa “simbolo” prima ancora di diventare artista mainstream. E in questo, piaccia o no, è perfettamente contemporaneo.
Poi è arrivato Sanremo, cioè il luogo dove l’Italia misura la temperatura del Paese con un microfono in mano. Nella serata delle cover Tony Pitony ha duettato con Ditonellapiaga e ha vinto la notte con “The Lady Is a Tramp”. Un colpo che ha fatto sorridere chi ama la teatralità e digrignare i denti a chi preferisce un Festival più lineare. La loro versione non era calligrafica, non era “da compitino”: era ritmo, recitazione, provocazione. E soprattutto era un messaggio implicito: io posso fare anche lo swing, posso farlo bene, e intanto restare il personaggio che vi irrita.
A completare il racconto c’è la sua presenza costante nel mondo parallelo del Fantasanremo, dove ha firmato la sigla “Scapezzolate” e ha consolidato l’immagine da outsider che gioca con le regole dello spettacolo e le piega fino a farle scricchiolare. È un dettaglio che dice molto: Pitony non è un’apparizione estemporanea, è un progetto pensato per vivere su più schermi, in più livelli di lettura, con un pubblico che non si limita ad ascoltare ma partecipa, commenta, tifa, odia, rilancia.
Dietro la maschera, intanto, resta la scelta più coerente: non farsi prendere. La figura è volutamente sfuggente, anche quando se ne discute come se fosse già un protagonista fisso del pop italiano. Lavora con un team creativo sempre più strutturato, coltiva la narrazione come un esperimento in evoluzione e sembra interessato più alla performance continua che alla carriera lineare. In questo senso, Tony Pitony non chiede di essere creduto: chiede di essere guardato. E forse è proprio qui la sua forza. In un tempo in cui tutti si affannano a dimostrare quanto sono veri, lui sceglie la finzione e finisce per sembrare, paradossalmente, uno dei pochi davvero credibili. Perché almeno non finge di non recitare.







