Nel mondo si confrontano due visioni inconciliabili: da una parte chi impone la propria forza e tutela soltanto i propri interessi e dall’altra chi sceglie di condivide difficoltà, obiettivi e prova a costruire successi comuni. Infatti, dal Quirinale, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella fa un richiamo globale. Non cita nomi né governi ma il riferimento alle tensioni internazionali e alla nuova escalation in Medio Oriente è evidente.
Il Capo dello Stato non nasconde la sua preoccupazione e scandisce parole nette: “la guerra sia tornata a spargere sangue nel mondo, in tante sue parti, anche non lontano dalla nostra Italia”. Un’affermazione che suona come un monito in una fase segnata dall’allargarsi dei conflitti e dall’instabilità crescente.
Nel mondo, osserva Mattarella, si confrontano: “a tutti i livelli, a partire dalla vita quotidiana, fino a quella della dimensione della vita internazionale, si confrontano due modi contrapposti di pensare: quello di preoccuparsi soltanto dei propri interessi, imponendosi sugli altri, e quello di condividere invece difficoltà e opportunità, per cercare di conseguire successi insieme”.
Parole che si inseriscono nella tradizionale linea del Quirinale: difesa del multilateralismo, centralità del dialogo tra pari, fedeltà alle grandi scelte fondanti della Repubblica come l’adesione alle Nazioni Unite e all’Unione europea. La politica estera spetta al governo, ma il presidente tiene ferma la bussola dei principi.
In un passaggio che assume il tono di un appello civile prima ancora che politico, Mattarella invita a reagire al clima di chiusura e isolamento: “in questo nostro tempo difficile è necessario abbattere i muri della paura, dell’indifferenza, della rassegnazione. È necessario vincere la tentazione dell’isolamento”.
Il riferimento è rivolto agli insigniti delle onorificenze, ma il messaggio si allarga ben oltre la platea del Quirinale. I premiati, ricorda il presidente, compiono “gesti e comportamenti di persone che non sono chiuse nel proprio io, che si assumono la responsabilità che le situazioni reclamano”.
Nel discorso affiora anche una vena di preoccupazione, il presidente parla apertamente di rischio di “deriva”, ma respinge ogni fatalismo: “Non dobbiamo rassegnarci, né pensare che siano derive inevitabili. Al contrario, occorre aver fiducia. Perché il senso di comunità, la capacità di affrontare difficoltà, che a taluno appaiono insormontabili, sono più forti delle circostanze e degli eventi negativi. E l’Italia – sottolinea il capo dello Stato – di queste doti ne ha grande abbondanza”.
Agli “eroi” del sociale riconosce il merito di “trasmettono fiducia e speranza”. E continua: “Siamo in un tempo in cui abbiamo grande bisogno di fiducia e di speranza”. Il discorso si chiude con un principio che suona come una linea guida per l’Italia in un mondo attraversato dai conflitti: “la scelta di non ignorare le esigenze degli altri fanno crescere la vita della società. Rendono anche più forti le istituzioni”. Un richiamo alla responsabilità collettiva che, nelle parole del Capo dello Stato, assume il valore di un indirizzo morale in una stagione segnata dalla guerra e dalle scelte difficili.







