Donald Trump voleva il suo grande salone delle feste alla Casa Bianca, una ballroom da 400 milioni di dollari pensata per lasciare il segno anche nell’architettura del potere americano. Per ora, però, resta fermo al palo. Un giudice federale di Washington ha ordinato all’amministrazione di sospendere temporaneamente i lavori, accogliendo la richiesta del National Trust for Historic Preservation, che aveva contestato la legittimità dell’operazione e soprattutto l’assenza di un via libera del Congresso.
Il giudice Richard Leon, nominato a suo tempo da George W. Bush, ha scritto parole che pesano come pietre nella battaglia istituzionale aperta attorno al progetto. Il presidente, in sostanza, viene descritto come custode della Casa Bianca per le future generazioni, non come proprietario libero di trasformarla a piacimento. Per Leon, nessuna legge attribuisce a Trump un potere così ampio da consentirgli di procedere da solo a una modifica tanto radicale di un complesso federale storico.
Il colpo del giudice sul progetto simbolo di Trump
La decisione colpisce uno dei cantieri più discussi dell’era Trump. Il progetto della ballroom, secondo le ricostruzioni concordanti di Reuters, AP e Washington Post, vale circa 400 milioni di dollari, occupa un’area di circa 90 mila piedi quadrati e ha già comportato la demolizione dell’East Wing della Casa Bianca. Il punto politico, oltre che architettonico, è proprio questo: non si tratta di un semplice ritocco o di una manutenzione, ma di una trasformazione enorme, con implicazioni simboliche e legali fortissime.
Il National Trust for Historic Preservation ha sostenuto in tribunale che un intervento del genere non potesse essere deciso e avviato senza revisioni indipendenti e senza il passaggio parlamentare. Leon, almeno in questa fase, ha dato ragione ai ricorrenti e ha concesso un’ingiunzione preliminare che blocca il progetto mentre il contenzioso va avanti. Alcuni lavori legati alla sicurezza, secondo diverse ricostruzioni giornalistiche, potranno però proseguire temporaneamente.
La furia del presidente e lo scontro sul patrimonio storico
Trump non l’ha presa bene, per usare un eufemismo quasi misericordioso. Ha attaccato il gruppo che ha promosso la causa definendolo un insieme di estremisti di sinistra e di folli, difendendo ancora una volta il progetto come necessario, moderno, utile e per di più finanziato con donazioni private, quindi senza costi per i contribuenti. La Casa Bianca aveva già presentato la ballroom come una struttura destinata a migliorare la capacità di ospitare grandi eventi di Stato, sostenendo che l’attuale residenza presidenziale non fosse più adeguata a certe esigenze di rappresentanza.
Il punto, però, non è soltanto economico. È istituzionale. Ed è qui che il colpo fa davvero male. Per il giudice, il presidente non può trattare la Casa Bianca come un proprio progetto immobiliare personale, neppure se sostiene di agire nell’interesse della funzione presidenziale. Lo scontro, insomma, va oltre il cantiere: riguarda i limiti del potere esecutivo e il confine tra iniziativa politica e abuso di prerogativa.
Adesso si va allo scontro totale
La battaglia, ovviamente, non finisce qui. Il Dipartimento di Giustizia ha già presentato appello, mentre Trump continua a rivendicare la bontà del progetto e a lasciar intendere che non intende mollare. La sua ballroom doveva essere uno dei simboli plastici del suo secondo mandato, una firma monumentale sulla residenza presidenziale più famosa del mondo. Ora rischia invece di diventare l’ennesimo fronte di guerra giudiziaria e politica.
E c’è anche un effetto collaterale non secondario. Perché il blocco del cantiere consegna all’opinione pubblica un’immagine quasi perfetta del trumpismo architettonico: grandiosità, rottura, polemica, forzatura istituzionale e reazione rabbiosa appena qualcuno prova a mettere un freno. Donald voleva ballare da solo nel suo salone nuovo di zecca. Per ora, invece, si ritrova fermo in pista, con il giudice che gli spegne la musica.







