Trump nel vicolo cieco dell’Iran: insulti, minacce e caos. Il presidente Usa alza i toni mentre la guerra gli si ritorce contro

Donald Trump

Donald Trump alza la voce, insulta, provoca, minaccia. Lo fa con i democratici, con la Nato, con Teheran, persino con i morti. Ma dietro questa escalation verbale, sempre più estrema e sempre meno controllata, si intravede un problema politico e strategico molto più serio: il presidente americano sembra essersi infilato da solo in un vicolo cieco dal quale, al momento, non si vede una vera uscita.

La domanda che aleggia su queste ore è semplice e brutale. C’è un piano oppure no? Perché se si guarda alla sequenza delle ultime mosse, il quadro appare sempre più confuso. Trump esulta per la morte di figure che in passato hanno incrociato il suo destino politico, rilancia minacce devastanti contro l’Iran, umilia gli alleati mentre chiede fedeltà, tratta la Nato come una tigre di carta e continua a parlare come se il linguaggio dell’ultimatum fosse, da solo, una strategia. Il problema è che non lo è.

Trump e l’Iran, la logica del caos

La minaccia di lasciare l’Iran al buio colpendo le sue centrali elettriche, nel tentativo di forzare la riapertura dello Stretto di Hormuz, è il simbolo perfetto di questo approccio. È una frase che suona muscolare, che galvanizza la sua base e che rafforza la solita immagine del leader spietato. Ma sul piano reale apre scenari molto più pericolosi di quelli che pretende di chiudere.

Perché ormai è chiaro a tutti che il regime iraniano, soprattutto nella sua componente più radicale, non ragiona secondo i parametri di un normale calcolo costi-benefici. Se si sente spinto verso il baratro, può decidere di trascinare con sé l’intera regione. E questo significa colpire impianti petroliferi, infrastrutture energetiche e traffici marittimi strategici, trasformando una crisi geopolitica in una catastrofe economica globale.

Trump, in sostanza, continua a usare il linguaggio della forza come se bastasse a piegare il nemico. Ma più alza i toni, più sembra ridurre gli spazi della diplomazia. E più la guerra si prolunga, più il suo azzardo rischia di diventare un boomerang politico.

Diversivi, sondaggi e l’ossessione di sembrare vincente

C’è chi legge questa raffica di dichiarazioni come una disperata produzione di diversivi. L’economia americana rallenta, i prezzi restano alti, la promessa dell’età dell’oro non si è materializzata e sullo sfondo continua a incombere tutto ciò che Trump vorrebbe tenere lontano dai riflettori. In questo quadro, la sovraesposizione mediatica diventa la sua arma più antica e più riconoscibile: occupare lo spazio, dettare il ritmo, incendiare il dibattito, costringere tutti a inseguirlo.

Il punto, però, è che questa volta il caos non è soltanto comunicazione. C’è una guerra vera. E le parole, quando si accumulano senza freni, smettono di essere semplice propaganda. Diventano un fattore di rischio. Anche perché gli alleati, pur continuando in molti casi a minimizzare, vedono perfettamente il problema: Trump non sta costruendo una coalizione, sta chiedendo atti di obbedienza. Non cerca aiuto perché ne ha bisogno sul piano strategico, ma perché vuole condividere il peso politico di una guerra che sente sfuggirgli di mano.

Il silenzio di Vance e la trappola della Casa Bianca

In tutto questo, colpisce il silenzio del vice J.D. Vance. Da sempre contrario a un’avventura militare nel Golfo, oggi tace. Un silenzio che può essere letto in molti modi: disciplina interna, prudenza, tentativo di non intralciare eventuali negoziati sotterranei. Ma resta comunque un’assenza pesante, perché segnala che dentro l’amministrazione esiste almeno una parte che vede i pericoli di questa escalation e preferisce non alimentarla ulteriormente.

Il problema, però, è che Trump non sa fare un passo indietro. È la cifra della sua politica da dieci anni: mai ammettere un errore, mai mostrare esitazione, mai concedere all’avversario il vantaggio simbolico della correzione. È la lezione appresa da Roy Cohn e trasformata in metodo di governo. Anche quando la realtà suggerirebbe cautela, lui sceglie l’ostinazione. Anche quando servirebbe abbassare i toni per riaprire uno spiraglio negoziale, lui rilancia con nuovi sfottò e nuovi ultimatum.

E così il rischio si fa doppio. Da una parte c’è il fanatismo dei pasdaran, dall’altra il narcisismo di un presidente che vuole passare alla storia come l’uomo che ha spezzato il regime iraniano. In mezzo c’è un mondo che osserva, preoccupato, mentre la diplomazia si restringe e il margine d’errore si assottiglia.

Trump continua a comportarsi come se bastasse apparire forte per esserlo davvero. Ma la politica estera, soprattutto quando entra in guerra, presenta sempre il conto. E quel conto, stavolta, potrebbe arrivare molto prima di quanto la Casa Bianca sia pronta ad ammettere.