C’è una variabile internazionale che rischia di entrare di peso nella politica italiana. Non è la prima volta che accade, ma stavolta il contesto appare più delicato del solito: la tensione nel Golfo, l’ombra di un conflitto con l’Iran e la prospettiva di nuovi aumenti dell’energia stanno cambiando l’umore dell’opinione pubblica. E questa inquietudine potrebbe trasformarsi in un problema politico anche per Giorgia Meloni.
Rapporto Meloni-Trump
Il nodo è il rapporto tra la premier italiana e Donald Trump. La presidente del Consiglio è considerata da tempo una delle alleate europee più vicine al presidente americano. Una relazione politica che, fino a poco tempo fa, rappresentava per Meloni un elemento di forza nel panorama internazionale della destra occidentale. Ma in queste settimane lo scenario è cambiato. Il clima di tensione globale e il timore che la guerra possa allargarsi stanno alimentando una crescente insofferenza verso la linea muscolare della Casa Bianca.
Secondo un sondaggio dell’istituto Izi, mostrato durante la trasmissione “L’aria che tira” su La7, il 70% degli italiani è contrario alla guerra in Iran. Una maggioranza netta che considera il conflitto una “grave violazione del diritto internazionale che provocherà una guerra con molte vittime”. Il dato non riguarda solo la politica estera: riflette soprattutto una paura molto concreta, quella delle ricadute economiche.
Il prezzo dell’energia
Quando si parla di Medio Oriente, in Italia la prima preoccupazione è sempre la stessa: il prezzo dell’energia. Petrolio e gas restano variabili decisive per la stabilità economica del Paese e ogni tensione nella regione si traduce quasi immediatamente in oscillazioni dei mercati e nel rischio di nuove bollette più salate. A questo si aggiunge il timore che il conflitto possa allargarsi al Mediterraneo, trasformando una crisi lontana in un problema diretto per l’Europa.
È in questo contesto che il posizionamento politico della premier potrebbe diventare più delicato. Secondo lo stesso sondaggio, una parte degli elettori ritiene che il governo italiano dovrebbe prendere le distanze dall’intervento militare. Per circa il 30% degli intervistati l’atteggiamento più appropriato sarebbe una condanna dell’operazione.
La questione non è solo diplomatica ma anche politica interna
Se l’opinione pubblica percepisce la linea di Washington come troppo aggressiva, l’immagine di un governo italiano considerato troppo allineato potrebbe trasformarsi in un fattore di logoramento. Una dinamica che rischia di riflettersi anche sulle prossime scadenze politiche.
Il primo banco di prova sarà il referendum sulla giustizia previsto per il 22 e 23 marzo. In teoria si tratta di una consultazione tecnica, su quesiti complessi e poco immediati per l’elettorato. Proprio per questo, nelle intenzioni iniziali della maggioranza, la campagna avrebbe dovuto mantenere un profilo basso, evitando una polarizzazione politica troppo forte.
Questa era la linea che Giorgia Meloni avrebbe indicato ai suoi fin dall’inizio: prudenza, toni moderati, pochi riflettori. L’idea era quella di evitare che il referendum si trasformasse in un voto politico sul governo. Ma quella strategia è stata progressivamente smentita dagli eventi.
Il primo elemento di rottura è arrivato dalle dichiarazioni del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Negli ultimi mesi il Guardasigilli ha scelto un linguaggio molto duro nei confronti della magistratura, arrivando a definire il Consiglio superiore della magistratura un “mercato delle vacche” e parlando di un sistema “paramafioso”. Parole che hanno inevitabilmente inasprito il confronto con il fronte del No e con una parte della magistratura.
Il punto di Nicola Gratteri e l’intervento di Mantovano
Dall’altra parte dello scontro si è inserito anche il procuratore Nicola Gratteri, uno dei volti più noti della magistratura italiana, che ha replicato sostenendo che “mafiosi e massoni votano sì”. Uno scambio di accuse che ha trasformato un referendum tecnico in un terreno di battaglia politico.
A complicare ulteriormente la situazione, secondo diversi osservatori, sarebbe stato anche l’intervento del sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Tradizionalmente considerato una figura prudente all’interno dell’esecutivo, Mantovano è intervenuto nel dibattito con toni più espliciti del previsto, cercando di mobilitare anche l’elettorato cattolico a favore del sì.
Il risultato è che la campagna referendaria si è progressivamente politicizzata, esattamente il contrario di quanto avrebbe preferito la presidente del Consiglio. A questo punto Meloni si trova davanti a un equilibrio complicato: sostenere il referendum senza trasformarlo in un test diretto sulla tenuta del governo.
La strategia scelta sembra essere quella della presenza controllata
La premier interverrà in prima persona ma con una partecipazione limitata. L’appuntamento principale sarà il 12 marzo al teatro Parenti di Milano, uno degli eventi centrali della campagna.
Secondo quanto riportato da Lorenzo De Cicco e Tommaso Ciriaco su Repubblica, Fratelli d’Italia starebbe preparando anche un secondo grande appuntamento politico il 19 marzo a Roma, al Palazzo dei Congressi. Ma in quella occasione la premier non dovrebbe essere presente: sul palco saliranno la sorella Arianna Meloni insieme al ministro Nordio.
È una scelta che rivela la linea di fondo dell’operazione politica: sostenere il referendum senza trasformarlo in un plebiscito personale sulla leader del governo. In altre parole, ridurre l’esposizione diretta della premier per evitare che eventuali effetti negativi ricadano immediatamente su Palazzo Chigi.
In questo equilibrio fragile, la variabile internazionale resta però imprevedibile. Se la crisi nel Golfo dovesse aggravarsi e i prezzi dell’energia dovessero tornare a correre, la politica italiana potrebbe scoprire ancora una volta che le guerre lontane hanno un modo molto rapido di arrivare fino alle urne.







