Bill Ackman vuole mettere le mani sul più prezioso jukebox del pianeta. Non un’etichetta qualsiasi, non una media operazione di consolidamento, ma Universal Music, cioè la più grande casa discografica del mondo, il colosso che custodisce una quantità impressionante di diritti musicali e che da solo rappresenta una fetta gigantesca dell’industria globale dell’intrattenimento. La proposta che il fondatore di Pershing Square ha fatto arrivare ai soci della major vale circa 64 miliardi di dollari, oltre 55 miliardi di euro, e ha il peso delle grandi manovre che possono ridisegnare non solo un’azienda, ma un intero settore.
Non è un’offerta qualsiasi nemmeno per struttura. Bill Ackman non si limita a comprare azioni sul mercato o ad aumentare la sua partecipazione. Punta a una fusione con un suo veicolo quotato a Wall Street, una mossa che cambierebbe pelle a Universal Music anche sul piano identitario e finanziario. La società, infatti, lascerebbe la sua quotazione europea ad Amsterdam per trasferirsi negli Stati Uniti, nel cuore del capitalismo finanziario americano. Tradotto: non sarebbe soltanto un passaggio di proprietà o di controllo, ma una vera americanizzazione della major musicale più potente del mondo.
Bill Ackman vuole Universal Music e punta a Wall Street
Bill Ackman non arriva da fuori. È già azionista di Universal Music con una quota del 4,7 per cento e da tempo sostiene che il gruppo sia sottovalutato dal mercato. La sua tesi è chiara: un’azienda che incassa in modo costante grazie allo streaming, ai cataloghi storici e ai diritti su migliaia di artisti non dovrebbe trattare in Borsa con multipli così prudenti. In fondo il ragionamento è semplice e, per molti versi, persino lineare: in un mondo in cui Spotify e le altre piattaforme continuano a monetizzare ascolti e abbonamenti, chi possiede i diritti della musica che il pubblico consuma ogni giorno ha in mano una miniera.
Ed è proprio questa miniera che Bill Ackman vuole portare a New York. La sua proposta valuta le azioni Universal 30,40 euro e prevede una componente in contanti da 5,05 euro per azione, con un esborso complessivo di 9,4 miliardi. Una parte della copertura arriverebbe dalla vendita del 3,3 per cento di Spotify che oggi è in mano a Universal Music, una partecipazione che vale circa 2,7 miliardi. Il resto del corrispettivo verrebbe pagato in titoli di Pershing Square Sparc Holdings, il veicolo già quotato a Wall Street pensato proprio per fondersi con società giudicate sottovalutate.
Qui si vede bene la logica di Bill Ackman. Da un lato mette sul tavolo il fascino della liquidità immediata. Dall’altro promette agli azionisti di restare agganciati alla crescita futura della nuova struttura americana. Non basta. Nel suo progetto c’è anche la promessa di aumentare i dividendi del 2 per cento l’anno e di cambiare il vertice del gruppo affidandone la presidenza a Michael Ovitz, figura pesantissima dell’industria dell’intrattenimento americano, fondatore della Creative Artists Agency ed ex top manager Disney.
Perché Universal Music fa gola a tutti
Per capire perché Bill Ackman sia disposto a tentare un’operazione di queste dimensioni bisogna guardare cosa rappresenti davvero Universal Music. Non parliamo solo di una casa discografica. Parliamo di una cassaforte mondiale dei diritti musicali. Dentro ci sono i cataloghi di migliaia di artisti, dai mostri sacri internazionali alle stelle del pop contemporaneo, fino ai nomi più forti del mercato italiano. Taylor Swift, Eminem, Madonna, Rolling Stones, Nirvana, Avicii, Tiziano Ferro, Cesare Cremonini: ogni brano, ogni streaming, ogni sincronizzazione in film, serie, pubblicità, eventi, social e piattaforme produce ricavi.
È questo che rende Universal un obiettivo irresistibile. Nel 2025 il gruppo ha generato ricavi per 12,5 miliardi di euro, in crescita del 5,7 per cento, con un margine di profitto superiore a 2,8 miliardi. Agli azionisti è andato un dividendo vicino al miliardo. Numeri da macchina da soldi, soprattutto in un settore che, dopo anni di crisi e di pirateria, ha ritrovato stabilità proprio grazie allo streaming. Oggi la musica non si compra quasi più come una volta, ma si ascolta ovunque, in ogni momento, e ogni ascolto diventa una rendita per chi controlla il catalogo.
Eppure, nonostante questi numeri, dalla quotazione del 2021 il titolo Universal ha perso circa il 30 per cento. A pesare sono state soprattutto le paure legate all’intelligenza artificiale e al possibile impatto che le nuove tecnologie potrebbero avere sul valore dei diritti, sulla produzione musicale e sul controllo delle opere. È proprio su questa crepa che Ackman si è infilato. Dove il mercato vede rischio, lui vede occasione. Dove altri leggono incertezza, lui intravede sottovalutazione.
Il vero muro si chiama Bolloré
Il problema, per Ackman, è che in questi casi i soldi non bastano mai da soli. Perché il vero potere non sta soltanto nella valutazione, ma nei voti. E qui entra in scena la famiglia Bolloré, cioè il principale ostacolo a tutta l’operazione. Direttamente e attraverso Vivendi, i Bolloré controllano il 31 per cento di Universal Music. Ma il dato ancora più decisivo è un altro: grazie a un patto di sindacato con il gruppo cinese Tencent, arrivano a controllare oltre il 43 per cento dei diritti di voto della major.
Questo significa una cosa molto semplice: senza il loro sì, l’operazione non passa. Per chiudere serve infatti il via libera dei due terzi degli investitori del gruppo, e nessuno può realisticamente immaginare di aggirare un blocco di questa consistenza. È per questo che tutto il resto, per quanto imponente, resta secondario rispetto a una sola domanda: che cosa vogliono fare davvero i Bolloré?
Ackman ha già fatto sapere di aver parlato con la famiglia francese e ha raccontato che si sarebbe detta “intrigata” dalla proposta. Una parola che dice tutto e niente. Intrigata non significa convinta. Non significa pronta a mollare la presa. E soprattutto non significa disposta a lasciare che uno degli asset più prestigiosi dell’orbita Vivendi finisca sotto pieno controllo americano senza chiedere un prezzo, politico oltre che economico, altissimo.
Perché qui non si gioca solo una partita finanziaria. Si gioca una partita di influenza. Universal Music è un gigante culturale prima ancora che industriale. Spostarne il baricentro da Amsterdam a Wall Street significherebbe cambiare la geografia del potere in un settore che ormai vive a metà tra industria creativa e infrastruttura economica globale.
Gli artisti, Spotify e la battaglia per il consenso interno
Bill Ackman lo sa bene e infatti prova a costruirsi consenso non solo tra i soci, ma anche tra gli artisti. Nella sua proposta c’è la promessa di distribuire 750 milioni provenienti dalla cessione della partecipazione in Spotify proprio per attrarre dalla sua parte il mondo creativo che vive dentro la major. È una mossa astuta, quasi politica: non limitarsi a parlare agli azionisti, ma cercare di mostrarsi come il finanziere che vuole premiare anche chi la musica la fa, non solo chi la monetizza.
Naturalmente è tutta da vedere l’efficacia reale di questo messaggio. Perché gli artisti non sono un blocco unico, e in una struttura come Universal il peso delle star globali non coincide con quello degli interpreti medi o dei cataloghi locali. Però il segnale è chiaro. Bill Ackman vuole presentarsi non come il classico squalo che arriva, compra e taglia, ma come l’uomo che vede in Universal una macchina straordinaria da valorizzare ancora di più.
Resta però una contraddizione di fondo. Se davvero Universal è così sottovalutata, se davvero i suoi cataloghi sono una cassaforte capace di garantire ricavi costanti e dividendi generosi, perché chi la controlla oggi dovrebbe lasciarla andare? È la domanda che pende sopra tutta l’operazione. Ed è una domanda che riguarda soprattutto i Bolloré. Vendere ora significherebbe monetizzare a un prezzo importante. Ma significherebbe anche rinunciare al controllo di uno degli asset più simbolici e più forti dell’intera industria culturale europea.
Alla fine, quindi, il dossier Universal Music è molto più di una maxi offerta. È un test di forza. Da una parte c’è Bill Ackman, che vuole convincere il mercato di poter fare con la musica quello che i grandi fondi fanno da anni con i gioielli sottovalutati: prenderli, rilanciarli e portarli nel centro del capitalismo americano. Dall’altra c’è la famiglia Bolloré, che possiede la leva decisiva per dire sì o per bloccare tutto. In mezzo ci sono i soci, gli artisti, Spotify, Tencent e un’industria musicale che sa benissimo una cosa: chi controlla Universal controlla una parte enorme della colonna sonora del mondo.







