Era nell’aria, nonostante le smentite e la prudenza di rito: Roberto Vannacci si prepara a lasciare la Lega e la giornata di oggi potrebbe diventare quella dell’ufficialità. Alle 16 è convocato a Milano, in via Bellerio, il Consiglio federale del partito voluto da Matteo Salvini. In teoria l’ordine del giorno doveva ruotare attorno alla linea dura sulla sicurezza, al decreto Ponte atteso in Consiglio dei ministri e alla manifestazione dei Patrioti del 18 aprile. In pratica, con l’ipotesi di separazione ormai data per concreta da fonti vicine ai team del generale, la riunione rischia di cambiare pelle e trasformarsi nel passaggio formale di un divorzio politico.
Secondo quanto filtra da ambienti che seguono direttamente la vicenda, Vannacci e Salvini si sarebbero visti ieri sera. Un faccia a faccia descritto come franco, ma con una direzione chiara: la separazione. Sarebbero già stati avvisati sia “le truppe” dell’ex parà sia l’entourage del segretario. In altre parole: non un colpo di testa improvviso, ma una decisione preparata, messa in calendario e portata al punto di non ritorno, salvo una ricucitura dell’ultima ora che, al momento, appare più un’ipotesi di scuola che un esito realistico.
Il nodo non è solo politico, ma anche organizzativo. Vannacci è stato eletto da indipendente nelle liste della Lega all’Europarlamento e meno di un anno fa era stato promosso vicesegretario nazionale. Se l’uscita verrà sancita oggi, si aprirà immediatamente la questione della sostituzione: i vicesegretari sono cinque e quel posto, in un equilibrio interno già delicato, non è una casella neutra. È anche il segnale di quale linea si vuole premiare e quale, invece, si preferisce accompagnare alla porta.
Sul fronte Vannacci, la partita sembra già pronta per essere giocata in autonomia. L’europarlamentare avrebbe depositato un simbolo e un nome: “Futuro nazionale”. Logo già confezionato, quindi, e una prospettiva politica che non sarebbe più solo “corrente” o area culturale dentro la Lega, ma un progetto esterno, potenzialmente in concorrenza diretta. La domanda che circola nelle stesse ore in cui si attende il verdetto di via Bellerio è la più concreta: se andrà via, lo farà da solo o trascinerà con sé una pattuglia? E quanti, eventualmente, sarebbero disposti a seguirlo fuori dal recinto del Carroccio?
In questo scenario si inserisce un altro elemento che complica e accelera: la disputa sul marchio. Nazione Futura ha deciso di impugnare il simbolo “Futuro nazionale” ritenendolo troppo simile al proprio e quindi potenzialmente fonte di confusione. A rivendicare la battaglia è stato Francesco Giubilei, fondatore della rivista e del think tank, considerato uno dei poli culturali del conservatorismo vicino a Fratelli d’Italia. Dopo l’annuncio, sono arrivati i passi formali: opposizione presentata all’ufficio europeo competente sui marchi, con una risposta attesa entro tre mesi.
La disputa non è solo grafica, perché la grafica diventa politica: i due loghi condividono i colori (sfondo blu e Tricolore) e un segno che richiama un’ala, più stilizzata in una versione e più lineare nell’altra. E poi c’è la somiglianza lessicale, con le parole invertite. Per Nazione Futura il rischio è la confusione nel pubblico, soprattutto se i segni sono “identici o altamente simili” e insistono su ambiti sovrapponibili. Per Vannacci, invece, la polemica è un pretesto. La replica è stata tranchant e provocatoria: “Me ne frego”, ha scritto sui social, riprendendo un motto storicamente associato al fascismo, e ha liquidato la contestazione come “un’insulsa e infondata diatriba simbologica”, chiudendo con un “La paura fa 90!” che suona come una sfida, più che come una risposta legale.
Nel frattempo Salvini, almeno pubblicamente, ha provato a raffreddare tutto. In mattinata ha svicolato sull’incontro, dicendo che “ci sarà” ma che con quello che accade in Italia sarebbe “l’ultima cosa che interessa”. E ha ribadito un concetto utile a tenere insieme il partito, almeno fino al voto del Federale: “Nella Lega c’è spazio per tutti”, citando lo stesso Vannacci insieme a Luca Zaia e Giancarlo Giorgetti. Un messaggio di cornice, quasi a dire che le differenze possono convivere. Ma se oggi si arriverà alla formalizzazione dell’addio, quella frase resterà come un fermo immagine: lo spazio “per tutti” che, nel momento decisivo, non basta più a contenere ambizioni, linee politiche e una guerra di simboli.
C’è infine un dettaglio che racconta il clima: Vannacci non dovrebbe essere fisicamente a Milano, perché impegnato a Bruxelles. “Forse mi collegherò”, avrebbe fatto sapere. Anche questo è un segno: la decisione passa negli organismi del partito, ma il protagonista potrebbe seguirla a distanza, come se la separazione fosse già avvenuta nei fatti prima ancora che venga pronunciata nelle forme. E ora resta solo da vedere se dal Federale uscirà un comunicato asciutto, una rottura rumorosa o l’ennesima tregua armata destinata a durare pochissimo.







