In un calcio che troppo spesso si racconta da skybox, da hospitality e da tribune imbottite di sponsor, la notizia che un vescovo scelga la Curva invece della poltrona d’onore ha qualcosa di spiazzante e, proprio per questo, di potente. Monsignor Mario Vaccari, vescovo di Massa-Carrara e Pontremoli, per seguire Carrarese-Spezia non ha voluto il recinto comodo delle autorità, ma il cuore pulsante del tifo. Non la distanza rassicurante della rappresentanza, ma il contatto diretto con la passione popolare.
Il gesto ha colpito perché rompe uno schema. E lo rompe senza effetti speciali, senza prediche travestite da evento mediatico, senza la furbizia di chi cerca consenso facile infilando una sciarpa al collo per un pomeriggio. Fra’ Mario, come ama essere chiamato, non ha improvvisato nulla. Allo stadio c’era già stato, invitato dalla società, in tribuna. Stavolta però ha voluto altro. Ha voluto vedere la partita dalla Curva, cioè dal luogo dove il calcio resta ancora, nel bene e nel male, una faccenda di pelle, voce, appartenenza e comunità.
Il vescovo in Curva a Carrarese-Spezia e il fascino del calcio di provincia
La scelta di monsignor Vaccari non è solo curiosa. È rivelatrice. Perché racconta un modo diverso di guardare il calcio, lontano dalle isterie della Serie A e più vicino a quel sentimento popolare che nei campi di provincia mantiene ancora una sua verità. Lui stesso lo dice con chiarezza: il mondo del calcio ha aspetti che gli sono lontani, a partire dagli ingaggi stellari e dagli eccessi che dominano il pallone dei grandi palcoscenici. Ma in provincia, osserva, è tutto diverso.
Dentro questa distinzione c’è un punto importante. Il vescovo non fa il romantico a buon mercato e non finge di non vedere le storture. Le nomina. Dice apertamente di non condividere la tifoseria violenta, gli eccessi, i cachet fuori misura della Serie A. Non santifica il calcio in quanto tale. Piuttosto ne salva una parte: quella che resta gioco di squadra, quella che conserva una funzione formativa, quella che sa ancora insegnare qualcosa proprio perché nasce come esperienza collettiva e non come industria della vanità.
È questa, in fondo, la chiave della sua presenza in Curva. Non una posa, ma la ricerca di un’umanità specifica. “Vado per la grande passione che ho visto tra la gente e perché mi piace”, dice. E la frase, nella sua semplicità, spiega tutto. Non c’è sociologia da salotto, non c’è retorica sul popolo. C’è il riconoscimento di un’energia vera, di una partecipazione che ha ancora il sapore di qualcosa di condiviso e non interamente sterilizzato dal business.
Fra’ Mario, Luigi Ferraris e una storia di famiglia che profuma di stadio
A rendere ancora più sorprendente e insieme più naturale questa passione c’è poi un dettaglio biografico che pesa molto più di una semplice curiosità. Monsignor Vaccari è genovese e porta dentro una storia familiare intrecciata direttamente con le origini più nobili del calcio italiano. Il fratello di suo nonno era infatti Luigi Ferraris, il calciatore e militare a cui è intitolato lo stadio di Genova.
Non è un richiamo qualsiasi. Luigi Ferraris non è solo un nome inciso su una facciata o su un cartello stradale. È una figura eroica, legata a un calcio che allora aveva un’altra faccia, e a un’Italia che mandava i suoi giovani a morire in guerra. Ferraris cadde sul Monte Maggio durante la Prima guerra mondiale, e Genova decise di legare per sempre il suo nome allo stadio cittadino. Quando Vaccari racconta questa parentela, il suo rapporto con il pallone smette di apparire bizzarro e acquista una profondità tutta sua.
La passione per le partite dal vivo, spiega, nasce proprio in famiglia. Si andava allo stadio con il padre, i fratelli sono tifosi del Genoa, e dunque il suo rapporto con il calcio non è un incidente folcloristico maturato in età adulta. Viene da lontano. Viene da una tradizione domestica, da un’abitudine, da una memoria tramandata. Anche per questo la sua presenza in Curva non suona artefatta. Non è il prelato che scopre il calcio come linguaggio popolare da usare una tantum. È un uomo che quel mondo, in una certa forma, se lo porta dietro da sempre.
Naturalmente la provocazione era inevitabile: non è che proprio contro lo Spezia, da buon genovese cresciuto in ambiente rossoblù, la Curva della Carrarese gli piace ancora di più? La risposta è rapida, quasi divertita. No, dice, non è per quello. Va lì perché quella passione gli piace, perché la sente, perché la vede viva tra la gente. E probabilmente è proprio questa leggerezza a rendere il tutto ancora più efficace: nessun calcolo, nessuna sceneggiata, solo un gesto che ha finito per parlare da sé.
Il calcio, la gente e quel confine tra passione e degenerazione
La storia del vescovo in Curva funziona anche perché tocca un nervo scoperto del calcio italiano. Da una parte c’è ancora un’enorme domanda di appartenenza, di rito collettivo, di emozione condivisa. Dall’altra c’è un sistema sempre più deformato dai soldi, dagli interessi, dai cachet fuori scala, dalle guerre tra tifoserie e da una violenza che troppo spesso sporca tutto. Monsignor Vaccari, senza fare il moralista di professione, fotografa esattamente questo confine.
Dice no agli eccessi, alla tifoseria violenta, a certi stipendi che rendono il calcio di vertice quasi un universo a parte, lontanissimo dalla vita normale. Ma non butta via il bambino con l’acqua sporca. Continua a vedere nel pallone, soprattutto in quello di provincia, una palestra di valori e un’esperienza capace di formare. È una posizione meno banale di quanto sembri, perché oggi è più facile schierarsi per partito preso: o idolatrare il calcio come religione laica, oppure liquidarlo come circo degradato. Lui invece sceglie una terza via. Riconosce ciò che non va e salva ciò che merita di essere salvato.
In questo senso, la Curva diventa quasi un simbolo. Certo, è anche il luogo dove il tifo può degenerare. Ma è pure il posto dove si vede meglio il lato emotivo, identitario e comunitario dello sport. Se guardata senza pregiudizi, la Curva non è solo rumore o folklore. È una forma di linguaggio collettivo. A volte rozzo, a volte eccessivo, ma profondamente umano. E un vescovo che decide di stare lì, senza trasformare la scelta in una parabola edificante, manda forse un messaggio più forte di tanti discorsi: per capire davvero una comunità bisogna stare dove quella comunità sente, soffre, esulta e si riconosce.
Il vero colpo di scena?
Alla fine, la notizia colpisce anche per un altro motivo. In un tempo in cui una quantità impressionante di personaggi pubblici costruisce artificialmente il proprio rapporto con “la gente”, con operazioni studiate al millimetro, la scelta di monsignor Vaccari appare quasi disarmante nella sua semplicità. Un amico tifoso compra i biglietti, lui va con lui in Curva, si gode la partita e non ha paura di dire che quel clima gli piace. Fine. Nessun ufficio stampa in modalità epica, nessuna operazione pop, nessun tentativo di sembrare uno del popolo per un pomeriggio.
Forse è proprio questo il motivo per cui mezza città, alla notizia, è andata in visibilio. Perché nel gesto del vescovo molti hanno letto qualcosa di raro: spontaneità. E anche una certa capacità di stare nella realtà senza troppi filtri. Il calcio italiano, soprattutto quello delle categorie non milionarie, vive ancora di simboli concreti, di facce, di piccoli riti, di presenze riconoscibili. La Curva, in questo senso, è il contrario della comunicazione disinfettata. E il fatto che lì si sia presentato il vescovo, senza paracadute e senza distanza, ha avuto il sapore di un riconoscimento reciproco.
Fra’ Mario non ha santificato il pallone, non ha fatto l’ultrà e non ha neppure finto di non vedere le storture del sistema. Ha fatto una cosa molto più semplice e, per questo, molto più efficace: ha preso sul serio una passione popolare senza farsene né scudo né travestimento. In un’Italia in cui spesso tutti parlano “alla gente” ma pochi hanno davvero voglia di starci in mezzo, perfino una partita vista dalla Curva può diventare una piccola lezione di stile. E forse anche di presenza.







