Il ricorso alle formulazioni solide in affiancamento alle soluzioni orali per la supplementazione della vitamina D potrebbe generare un risparmio complessivo di 52,2 milioni di euro per il Servizio sanitario nazionale nell’arco di tre anni.
È quanto emerge da un’analisi di impatto sul budget (Budget Impact Analysis, BIA) che ha stimato le ricadute economiche di una rimodulazione delle quote di mercato tra le diverse forme farmaceutiche di vitamina D attualmente disponibili. L’analisi è stata elaborata sulla base dei dati di consumo registrati a febbraio 2023.
Secondo le stime, i risparmi maggiori riguarderebbero alcune regioni in particolare: 12,5 milioni di euro in Lombardia, 7,3 milioni in Campania e 5 milioni nel Lazio.
Lo studio è stato presentato a Roma nel corso dell’evento “Vitamina D: Strategie d’impatto sui budget regionali e potenziali risparmi”, promosso da Cencora-Pharmalex con il contributo non condizionante di IBSA Italia.
La carenza di vitamina D continua a rappresentare una delle principali criticità di salute pubblica a livello globale. La vitamina D svolge un ruolo rilevante non solo per la salute dell’apparato muscoloscheletrico, ma anche per la regolazione della risposta immunitaria e per il corretto funzionamento dei sistemi cardiovascolare e nervoso.
L’ipovitaminosi D interessa in particolare le fasce di popolazione più vulnerabili, come anziani, donne in gravidanza o in allattamento, persone con pelle scura, soggetti con limitazioni motorie e persone affette da obesità.
In condizioni fisiologiche, circa il 90% della vitamina D viene sintetizzato dall’organismo attraverso l’esposizione ai raggi solari UVB, mentre la quota restante deriva dall’alimentazione, in particolare da pesci grassi, latte e derivati, uova e funghi.







