C’è una medicina che non compare nei bugiardini e non ha nome commerciale: è la capacità degli ospedali di parlarsi senza burocrazia quando la vita corre più veloce delle procedure. È quello che è accaduto tra Milano, Rozzano e Genova nei giorni successivi all’incendio di San Silvestro a Crans-Montana, quando alcuni dei feriti trasferiti al Niguarda hanno avuto bisogno di un antibiotico che in Italia, semplicemente, non esiste ancora. Una chiamata tra infettivologi, poche parole essenziali, e dal magazzino dell’Humanitas e del San Martino è partito un “prestito” di farmaco diretto al reparto ustionati dell’ospedale milanese.
Il protagonista di questa storia ha un nome tecnico, sulbactam-durlobactam, combinazione di molecole di ultima generazione capace di aggredire batteri particolarmente insidiosi. Negli Stati Uniti è stato messo in commercio da pochi mesi, mentre in Europa attende ancora il lungo percorso di approvazione e distribuzione. Tempi diversi, agenzie regolatorie diverse, interessi commerciali non ancora definiti. Nel frattempo, però, i pazienti arrivano e le infezioni non aspettano i calendari.
A spiegare come sia stato possibile aggirare l’ostacolo è Michele Bartoletti, responsabile dell’unità di Malattie Infettive dell’Humanitas e docente universitario, uno dei medici coinvolti direttamente nell’operazione. Racconta che il suo ospedale aveva fatto arrivare alcune dosi dagli Stati Uniti nei mesi scorsi per casi potenzialmente critici. Un investimento prudente, quasi una scommessa clinica, che si è rivelata preziosa. Quando dal Niguarda è partita la richiesta, nessuno ha avuto dubbi: i flaconi dovevano viaggiare subito.
Il meccanismo del prestito tra strutture non è un’eccezione, ma una consuetudine poco conosciuta al grande pubblico. Le consegne dall’estero possono richiedere giorni, talvolta settimane, e nel caso dei grandi ustionati il tempo è un lusso che non esiste. La cute bruciata perde la sua funzione di barriera e apre la porta a microrganismi aggressivi. Le statistiche dicono che oltre la metà di questi pazienti sviluppa infezioni importanti, spesso legate a batteri resistenti agli antibiotici tradizionali.
Il nuovo farmaco agisce proprio su uno di questi nemici ricorrenti, un germe capace di difendersi dagli antibiotici classici attraverso sofisticati meccanismi molecolari. L’associazione tra sulbactam e durlobactam riesce a inibire quelle difese e a rendere di nuovo vulnerabile il batterio. Per gli specialisti diventerà, quando sarà disponibile in Italia, la terapia di elezione per molti casi complessi.
Nei reparti di terapia intensiva la battaglia contro le infezioni è quotidiana. I pazienti intubati o sottoposti a manovre invasive hanno un rischio maggiore di contaminazione, e ogni decisione terapeutica è il risultato di un confronto serrato tra rianimatori, chirurghi e infettivologi. Oggi i nuovi test di laboratorio permettono di individuare il responsabile dell’infezione in dodici o ventiquattro ore, un tempo impensabile fino a pochi anni fa, quando servivano anche tre giorni per ottenere una risposta.
Individuare il batterio, però, è solo il primo passo. La scelta del farmaco adeguato richiede esperienza, conoscenza delle resistenze locali, valutazione delle condizioni del singolo paziente. Bartoletti insiste su questo punto: non esiste una ricetta valida per tutti, ma un lavoro sartoriale che deve essere cucito addosso a ogni malato. Solo dopo due o tre giorni di terapia si può capire se la strada è quella giusta.
Nel caso dei feriti di Crans-Montana la rapidità è stata decisiva. Il Niguarda ha ricevuto dosi sufficienti per avviare immediatamente il trattamento, mentre parallelamente sono state attivate le procedure per un’importazione ufficiale dagli Stati Uniti. Un doppio binario che testimonia quanto la medicina moderna sia fatta di scienza ma anche di organizzazione e fiducia reciproca.
Il tema tocca un problema più ampio, quello dell’antibiotico-resistenza, che l’Organizzazione mondiale della sanità considera una delle principali minacce per i prossimi decenni. Utilizzare sempre gli stessi farmaci significa offrire ai batteri l’occasione di adattarsi e diventare invincibili. Avere nuove molecole a disposizione permette invece di ruotare le terapie e di ridurre la pressione selettiva sui microrganismi.
Dietro la vicenda del super antibiotico c’è dunque un messaggio che va oltre l’emergenza svizzera. Mostra come il sistema sanitario, spesso raccontato solo attraverso le sue lentezze, sappia trasformarsi in una comunità agile quando la posta in gioco è alta. Medici che si conoscono da anni, telefoni che squillano anche di notte, farmaci che viaggiano da una città all’altra senza chiedere nulla in cambio.
Al Niguarda le cure proseguono, tra sale sterili e monitor che non dormono mai. Ogni flebo è il risultato di decisioni prese in fretta ma con rigore, ogni miglioramento un piccolo passo strappato alla statistica. Il sulbactam-durlobactam non è una bacchetta magica, ma un’arma in più in un arsenale che deve continuamente rinnovarsi.
Quando arriverà ufficialmente in Italia diventerà parte della routine, forse perderà quell’aura di eccezionalità che oggi lo circonda. Rimarrà però la memoria di queste ore in cui la collaborazione tra ospedali ha anticipato le regole del mercato e ha messo al centro l’unica cosa che conta: la possibilità di dare a un paziente la terapia migliore nel momento giusto.







