Prezzi dei farmaci verso l’aumento, l’allarme di Farmindustria: «Salvavita e medicinali innovativi costeranno di più»

Farmaci

Prepariamoci a medicinali più cari. L’avvertimento arriva da Marcello Cattani, presidente di Farmindustria e numero uno di Sanofi Italia e Malta, che alla vigilia dell’audizione in Senato sul Testo unico della legislazione farmaceutica mette in fila uno scenario tutt’altro che rassicurante. Sul prezzo finale dei farmaci, spiega, si stanno sommando due spinte potentissime: da una parte il conflitto in Medio Oriente, con tutte le conseguenze che può produrre su energia, trasporti e forniture; dall’altra la cosiddetta clausola Most favored nation, voluta da Donald Trump, che costringerebbe le aziende ad abbassare negli Stati Uniti il prezzo dei nuovi medicinali allineandolo a quello del Paese più favorito. Tradotto: se i listini americani scendono, il rischio è che le aziende tentino di recuperare altrove. E l’Europa, Italia compresa, finirebbe per essere il luogo naturale della compensazione.

Cattani lo dice senza giri di parole. L’aumento dei prezzi, sostiene, potrebbe arrivare già entro quest’anno. Non un allarme teorico, ma una prospettiva concreta legata a dinamiche internazionali che stanno già incidendo sui costi dell’industria farmaceutica. Il tema, del resto, non riguarda soltanto il comparto o i bilanci delle aziende. Tocca il cuore del sistema sanitario e si riverbera direttamente sulla disponibilità e sull’accessibilità di farmaci essenziali, compresi quelli salvavita e le terapie più innovative.

Guerra, Hormuz e costi industriali: perché i farmaci rischiano di costare di più

Il primo fronte è quello geopolitico. Per Farmindustria, l’eventuale chiusura o il semplice restringimento operativo dello stretto di Hormuz può avere effetti pesanti anche sulla farmaceutica. Cattani parla di un possibile aumento di almeno il 20% dei costi industriali tra energia, manifattura e logistica. Una stima che definisce persino prudente, perché va sommata al rincaro del 30% già registrato dal 2021 a oggi in seguito alle crisi che si sono succedute.

Il rischio non è solo economico. Se la guerra in Medio Oriente dovesse prolungarsi, il problema potrebbe spostarsi rapidamente sul terreno delle forniture. In quel caso non si parlerebbe più soltanto di listini più alti, ma anche della possibile carenza di farmaci di larghissimo impiego, come gli anticoagulanti, i medicinali per la pressione o alcuni neurolettici. Prodotti fondamentali, diffusi, spesso rimborsati dal Servizio sanitario nazionale con margini bassissimi, e proprio per questo più esposti alle tensioni sui costi di produzione e distribuzione.

La logistica, insomma, torna a essere il nervo scoperto della globalizzazione farmaceutica. Se aumentano i costi di trasporto, se le forniture rallentano, se le materie prime diventano più care o meno reperibili, mantenere alti i livelli produttivi in Italia e in Europa diventa più difficile. E quando la catena si inceppa, il primo effetto può essere il rincaro, il secondo la scarsità.

La clausola Trump e il boomerang sull’Europa

Ma il vero snodo, almeno secondo Farmindustria, è l’altro: la clausola Mfn americana. Il principio è chiaro e brutalmente efficace. Gli Stati Uniti vogliono smettere di pagare i farmaci innovativi più degli altri grandi mercati. Se questa linea entrerà davvero in vigore nei prossimi mesi, le aziende farmaceutiche saranno costrette a ridurre sensibilmente i prezzi sul mercato statunitense, che resta però il più importante del mondo.

Ed è qui che si produce il boomerang per l’Europa. Cattani sostiene che, a fronte di una riduzione dei prezzi negli Usa compresa tra il 20% e il 60%, nel Vecchio Continente ci si potrebbe attendere una crescita analoga, in una logica di riequilibrio. In altre parole: se le multinazionali perdono margini in America, proveranno a recuperarli dove possono. E l’Europa, che già sconta un ritardo sulla ricerca e una minore autonomia strategica, rischia di trovarsi nella posizione più vulnerabile.

Non basta. Sempre secondo il presidente di Farmindustria, gli Stati Uniti sarebbero riusciti ad attirare 400 miliardi di dollari di investimenti in ricerca e sviluppo da parte delle aziende estere, di cui ben 100 sottratti all’Europa. Questo significa meno capacità di innovazione, meno competitività e una crescente dipendenza da decisioni prese altrove. Per questo Cattani insiste sul fatto che l’Italia e l’Europa debbano reagire subito, prima che il divario diventi strutturale.

Il nodo Italia: Aifa, prontuari regionali e accesso ai nuovi farmaci

Dentro questo quadro internazionale già teso, il sistema italiano mostra secondo Farmindustria limiti antichi e ormai non più sostenibili. L’audizione in Senato sul Testo unico farmaceutico servirà proprio a mettere sul tavolo una serie di richieste precise. La prima è accelerare l’accesso ai farmaci già approvati dall’Ema, evitando che in Italia servano mesi e mesi prima della disponibilità effettiva.

Per Cattani non è più accettabile attendere fino a 14 mesi per rendere disponibile una terapia innovativa. Il bersaglio principale sono i prontuari regionali, che secondo Farmindustria dovrebbero essere superati, lasciando all’Aifa una competenza piena e più forte. L’Agenzia del farmaco, sostiene, va potenziata, non aggirata da una frammentazione territoriale che rallenta tutto e produce disuguaglianze.

Ma c’è un altro punto, ancora più politico: cambiare il criterio con cui si valuta la spesa farmaceutica. Non più una trattativa basata soltanto sul prezzo più basso, ma un approccio “value based”, legato cioè al valore generato da una terapia. Il ragionamento è questo: se un farmaco innovativo riduce ricoveri, posti letto occupati, complicazioni o interventi futuri, allora il suo costo va letto dentro un bilancio più ampio, che consideri i risparmi potenziali per il sistema sanitario nel medio periodo.

È una visione che sposta il discorso dal costo secco all’investimento. E non a caso Cattani insiste anche su prevenzione, analisi dei dati e uso dell’intelligenza artificiale come strumenti per rendere più efficiente la spesa sanitaria. La tesi è netta: il Servizio sanitario nazionale non può continuare a guardare solo al capitolo farmaci e vaccini, dimenticando il resto della macchina. Oggi, ricorda, la spesa farmaceutica vale circa 25 miliardi. Per restare competitivi bisognerebbe salire intorno a quota 28.

Il punto più forte, forse anche il più politico, arriva proprio alla fine del ragionamento. Secondo Cattani, la spesa per la sanità deve aumentare, esattamente come aumenta quella per la difesa. È una frase destinata a far discutere, perché tocca una gerarchia di priorità che ormai attraversa tutta l’Europa. E la farmaceutica, in questa lettura, non è un pezzo marginale della sanità ma uno dei motori strategici del sistema Paese.

D’altra parte i numeri dell’export raccontano un settore tutt’altro che secondario. Nel 2025 l’industria farmaceutica italiana ha raggiunto 69,2 miliardi di export, con una crescita del 28,5%. E, sottolinea Farmindustria, la parte più sorprendente è che a trainare siano stati soprattutto il Centro e il Sud. Non è solo un comparto che cresce: è un settore che ridisegna la geografia produttiva del Paese.

Il messaggio che arriva al governo e al Parlamento, dunque, è semplice ma pesante. Se la crisi internazionale farà salire i prezzi dei farmaci, l’Italia non può farsi trovare con una macchina lenta, spezzettata e ancora inchiodata alla logica del massimo ribasso. Perché questa volta il rischio non è soltanto pagare di più. È arrivare tardi.