In certe storie la parola che fa paura non è “arresto”, ma “refrattario”. Perché significa che il protocollo non basta, che le scariche non funzionano, che i farmaci rimbalzano contro un cuore che non vuole più ascoltare. E quando succede, le probabilità si schiacciano in un numero che pesa come un macigno: sotto il dieci per cento. Andrea, 47 anni, medico radiologo torinese, quella curva l’ha vista da dentro. E l’ha superata grazie a una scelta estrema: farsi spegnere, per avere una possibilità di riaccendersi.
È successo il 25 ottobre scorso, un sabato mattina che doveva essere normale e che invece si è trasformato in una doppia emergenza, familiare e clinica. “Mio papà ha 84 anni, si era sentito male. È caduto e ha battuto la testa”, racconta Andrea. Non sembrava gravissimo, ma per prudenza lui e la compagna chiamano l’ambulanza. I soccorritori arrivano per il padre, e pochi minuti dopo il paziente diventa lui. “Quando l’équipe ha iniziato a soccorrerlo mi sono messo sul divano, sono svenuto e il mio cuore si è fermato”.
Un crollo improvviso, senza preavviso, con un dettaglio che rende la scena quasi surreale: chi era entrato in casa per aiutare un uomo anziano si ritrova a rianimare suo figlio, medico, colpito da un arresto cardiaco davanti ai loro occhi. Da quel momento comincia una delle manovre più lunghe e drammatiche che possano capitare in emergenza: quarantacinque minuti ininterrotti di rianimazione, una scarica dopo l’altra, farmaci, massaggio cardiaco. Quarantacinque minuti sono un’eternità in quel contesto, un tempo che spesso non lascia spazio alla speranza. E invece, in questo caso, lascia spazio a una scelta.
Il cuore non riparte. È lo scenario più temuto: un arresto cardiaco refrattario, che non risponde alle cure standard. All’origine c’è un’aritmia maligna, una tempesta elettrica capace di mandare il cuore fuori controllo. Anche quando si riesce a “riaccenderlo”, spiega chi lavora in emergenza, può accadere che non sia più in grado di sostenere la circolazione. In quel punto la medicina entra in una zona dove non esistono scorciatoie: o si trova un modo per comprare tempo, o il tempo finisce.
Alle Molinette di Torino, alla Città della salute e della scienza, la strada scelta è quella più complessa e più moderna: Ecmo, ossigenazione extracorporea a membrana. Una macchina per la circolazione extracorporea che può sostituire temporaneamente cuore e polmoni, mantenendo il sangue in movimento e l’ossigeno al cervello. Serve a una cosa che sembra banale ma non lo è: impedire che l’assenza di battito si trasformi in danno irreversibile. Con l’Ecmo, in casi come questo, la probabilità di sopravvivenza può salire fino al 50%. Significa trasformare una lotteria disperata in una scommessa razionale.
A decidere e gestire il percorso è la Rianimazione di pronto soccorso delle Molinette, diretta dalla dottoressa Marinella Zanierato, in collaborazione con la Cardiochirurgia guidata dal professor Mauro Rinaldi. È un lavoro di squadra nel senso più concreto: non ci sono reparti che “passano la pratica”, ma un’unica linea di cura che si stringe attorno al paziente mentre il tempo viene, letteralmente, agganciato a una macchina.
Andrea lo racconta con parole semplici, quasi disarmanti: “È stata fondamentale, altrimenti sarei morto. Non riuscivano a far ripartire il cuore. Ecmo ha dato la possibilità al cuore di calmarsi, di fermarsi un attimo e di sistemarsi”. È l’immagine che spiega tutto: non una magia, ma una tregua. Il cuore, messo in pausa, può riposare. Il cervello, nel frattempo, resta ossigenato. E i medici possono intervenire senza la pressione di secondi che scappano.
Il lieto fine, però, non è stato immediato. Dopo l’emergenza cardiaca, Andrea affronta una catena di complicazioni progressivamente più gravi: trattamenti aggiuntivi, dialisi, fino a una necrosi massiva dei muscoli. Per settimane, racconta lui stesso, è rimasto in una condizione in cui avrebbe potuto morire “da un giorno all’altro”. È la parte che spesso non si vede quando si parla di tecniche salvavita: la sopravvivenza non è un pulsante che torna verde, ma un percorso pieno di curve, fragilità, ricadute possibili.
Dopo un mese la situazione si stabilizza. Dopo un mese e mezzo in coma farmacologico, Andrea si sveglia. E la notizia migliore, quella che in rianimazione si spera più di ogni altra, arriva insieme alla sua voce: nessun danno cerebrale. “Sono riusciti a salvarmi e anche senza avere danni cerebrali, che è la cosa migliore che potesse succedere”, dice dal letto di un reparto di riabilitazione. Oggi, a quasi tre mesi dall’arresto cardiaco, vede le condizioni migliorare giorno dopo giorno. “Non dovrei avere grossi deficit: in ogni caso, ritornerò a fare una vita normale”.
La sua storia è anche un dato clinico che diventa racconto pubblico. Negli ultimi due anni, 2024 e 2025, con il programma di rianimazione con Ecmo alla Città della salute e della scienza di Torino sono stati trattati sedici pazienti in arresto cardiaco refrattario provenienti dall’extraospedaliero, e otto di loro sono sopravvissuti. Numeri che, letti fuori dal contesto, sembrano freddi. Ma dentro, significano persone tornate a casa, famiglie ricucite, giorni restituiti.
In un Paese dove spesso la sanità finisce nel dibattito solo quando qualcosa non funziona, questa vicenda racconta l’altra faccia: quella di professionisti che non si arrendono al protocollo quando il protocollo non basta, e che usano tecnologia e competenza per fare l’unica cosa che conta in emergenza: tenere aperta la porta del possibile. Per Andrea, quella porta è rimasta socchiusa per quarantacinque minuti. Poi qualcuno l’ha spalancata con una macchina e con un’idea semplice, quasi ostinata: se non puoi far ripartire subito il cuore, almeno non lasciare che il tempo uccida tutto il resto.







