C’è una domanda che negli Stati Uniti circola sempre più spesso tra commentatori politici, blogger e influencer dell’universo MAGA. Una domanda che tocca uno dei punti più sensibili della geopolitica contemporanea: è possibile che Israele abbia in mano materiale compromettente su Donald Trump grazie alla rete costruita da Jeffrey Epstein?
La teoria nasce dall’incrocio di tre elementi che, presi singolarmente, sono noti da anni ma che insieme alimentano nuove speculazioni. Il primo riguarda il rapporto personale che negli anni Novanta legava Trump al finanziere americano Jeffrey Epstein. I due frequentavano gli stessi ambienti dell’alta società tra New York e la Florida e per un certo periodo si sono incrociati in eventi e circoli mondani. Lo stesso Trump ha riconosciuto in passato di aver conosciuto Epstein, pur sostenendo di aver rotto ogni rapporto molto tempo prima che emergessero gli scandali.
E se Epstein fosse stato una spia del Mossad?
Il secondo elemento riguarda il sospetto, mai dimostrato, che Epstein potesse avere rapporti con servizi di intelligence stranieri. A rilanciare questa ipotesi è stato di recente il quotidiano britannico The Times, che ha citato un rapporto dell’Fbi datato 19 ottobre 2020. Nel documento, redatto dall’ufficio federale di Los Angeles, una fonte confidenziale sosteneva che Epstein fosse stato «un agente cooptato» del Mossad e che fosse stato «addestrato come spia» per l’intelligence israeliana.
Il rapporto è tornato a circolare negli ultimi mesi perché incluso tra i materiali resi pubblici dal Dipartimento di Giustizia nell’ambito dei cosiddetti “Epstein files”. Si tratta però di un punto cruciale: il documento riporta l’opinione di una fonte investigativa, non una conclusione ufficiale dell’Fbi. Non esiste alcuna prova che Epstein abbia lavorato per il Mossad.
Amici potenti e controversi
Il terzo elemento che alimenta la teoria è la natura stessa della rete costruita dal finanziere. Epstein aveva rapporti con una quantità impressionante di persone influenti: politici, uomini d’affari, accademici, celebrità. Per alcuni osservatori questa rete potrebbe aver avuto una funzione ulteriore rispetto a quella criminale emersa nei processi.
Qui entra in scena una figura molto controversa: Ari Ben-Menashe. Ex membro dell’intelligence militare israeliana tra il 1977 e il 1987, negli ultimi anni ha sostenuto più volte che Epstein fosse coinvolto in un’operazione di “honey trap”, una trappola basata su relazioni compromettenti con l’obiettivo di raccogliere informazioni ricattatorie su personalità potenti.
Secondo questa ricostruzione, la rete del finanziere avrebbe prodotto “kompromat”, cioè materiale compromettente utilizzabile come leva politica. In questa visione più radicale, alcuni dossier sarebbero finiti nelle mani dei servizi segreti israeliani.
Può esserci materiale compromettente?
Da qui nasce la domanda che circola in alcuni ambienti politici americani: se Epstein avesse davvero raccolto materiale compromettente su figure di primo piano, tra queste potrebbe esserci stato anche Donald Trump? E se così fosse, quel materiale potrebbe essere usato per influenzare le sue decisioni politiche?
Sono interrogativi che affascinano il mondo delle teorie politiche e delle contro-narrazioni, ma che per ora restano nel campo delle ipotesi. Le indagini giudiziarie condotte negli Stati Uniti sul caso Epstein non hanno mai stabilito che il finanziere lavorasse per il Mossad o per altri servizi di intelligence.
Allo stesso modo non esiste alcuna prova che Israele abbia utilizzato dossier compromettenti per esercitare pressione su Trump. I rapporti tra il tycoon e lo Stato ebraico durante la sua presidenza sono stati peraltro apertamente favorevoli e rivendicati pubblicamente. Trump ha riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele, ha trasferito l’ambasciata americana nella città e ha promosso gli Accordi di Abramo tra Israele e diversi Paesi arabi.
Trump può essere ricattabile?
Decisioni che i sostenitori del tycoon interpretano come scelte politiche coerenti con la sua visione geopolitica, mentre i critici le leggono come un allineamento totale agli interessi di Israele. Ma si tratta di scelte politiche dichiarate e visibili, non di azioni nascoste dietro presunti ricatti.
Resta comunque il fatto che il caso Epstein continua a generare interrogativi che non si sono mai completamente dissolti. Il suo impero finanziario, le protezioni di cui avrebbe goduto per anni e la quantità impressionante di relazioni con personaggi potenti rendono la sua storia uno dei capitoli più oscuri della cronaca americana recente.
Ogni volta che emergono nuovi documenti o testimonianze, la stessa domanda torna a circolare: fino a che punto la rete costruita dal finanziere era soltanto un sistema criminale privato e fino a che punto poteva avere altre finalità?
Per ora non esiste alcuna prova che Donald Trump sia stato influenzato o ricattato attraverso presunti dossier raccolti da Epstein. Ma nel clima iper-polarizzato della politica americana, il solo sospetto basta a mantenere vivo un dibattito che sembra destinato a riaccendersi ogni volta che nuovi frammenti di quella storia tornano a galla.







