Papa Leone XIV, gentilezza senza sconti: sul Venezuela richiama Trump al diritto e inchioda i potenti alla parola “sovranità”, senza alzare la voce

Roma, Papa Leone XIV

Papa Leone XIV non alza la voce. La abbassa, semmai. E proprio lì, nel registro basso, costruisce la sua forma di autorità: una gentilezza che non chiede permesso, una precisione che non cerca applausi, una calma che non è mai neutralità. È un Papa che non ama i proclami e diffida delle parole gonfie. Preferisce frasi pulite, quasi giuridiche, che entrano dritte nel punto più scoperto del potere: la responsabilità.

Il passaggio sull’emergenza venezuelana, pronunciato all’Angelus, è un esempio perfetto di questo stile. Non è un intervento “contro” qualcuno in senso militante, ma è impossibile leggerlo come una carezza diplomatica. Leone XIV non tace e non offre alibi. Soprattutto, non si rifugia nel linguaggio elastico delle “preoccupazioni generiche” buone per qualsiasi comunicato. Dice che segue “con animo colmo di preoccupazione” gli sviluppi, ma poi inchioda il discorso a parole che pesano: “Il bene dell’amato popolo venezuelano deve prevalere sopra ogni altra considerazione”. È una formula che, tradotta, significa: nessun interesse strategico, nessuna ragione di potenza, nessuna narrazione di comodo può valere più della vita reale di chi abita quel Paese.

La seconda frase, quella decisiva, è ancora più netta perché non concede scappatoie: bisogna “superare la violenza” e intraprendere “cammini di giustizia e di pace”, “garantendo la sovranità del Paese” e “assicurando lo stato di diritto iscritto nella Costituzione”. Non è un rosario di buone intenzioni. È un ordine di priorità. Leone XIV mette insieme sovranità e Costituzione, cioè territorio e regole, politica e diritto. E nel farlo, di fatto rifiuta la logica del fatto compiuto: l’idea che la forza, quando è “efficiente”, si trasformi automaticamente in legittimità.

Qui sta la differenza tra un Papa che “commenta” e un Papa che “indirizza”. Leone XIV non si limita a registrare l’evento. Lo misura su un metro che non dipende dalle alleanze, ma dai principi. La sovranità non è un optional, non è una parola da usare quando conviene e da dimenticare quando disturba. Lo Stato di diritto non è un dettaglio interno, è la sostanza stessa di qualsiasi prospettiva di pace. E i diritti umani e civili, che lui cita esplicitamente, non sono un corredo morale: sono il confine che separa la politica dalla prepotenza.

La sua mitezza, in questo quadro, non è debolezza. È una scelta di metodo. Leone XIV sembra dire: non mi serve urlare per essere chiaro. Mi basta pronunciare le parole giuste e lasciarle lì, come chiodi. È anche il motivo per cui risulta poco condiscendente con i potenti: non li demonizza, ma non li accarezza. Non li assolutizza, ma non li blandisce. Li costringe, semmai, a guardare il terreno sotto i piedi: la legalità, i diritti, l’effetto concreto delle decisioni sui civili.

C’è un altro aspetto, meno evidente ma decisivo, che rende questo intervento un ritratto in miniatura del pontificato. Leone XIV sposta il centro del discorso dalla contesa tra leader al destino delle persone. Lo fa quando insiste sulla costruzione di “un futuro sereno di collaborazione, di stabilità e di concordia”, ma soprattutto quando aggiunge una frase che suona come un criterio permanente: “con speciale attenzione ai più poveri che soffrono a causa della difficile situazione economica”. In poche parole, rovescia la prospettiva. Non “chi ha ragione” in astratto. Non “chi vince” sul piano geopolitico. Ma chi paga, chi cade, chi resta senza protezione mentre le potenze discutono.

È un modo di intendere la politica internazionale che, per un Papa, è tradizionale e insieme controcorrente. Tradizionale perché richiama la dottrina della pace come costruzione, non come tregua. Controcorrente perché non accetta l’idea, molto contemporanea, che il linguaggio del diritto sia solo un ornamento, buono per i discorsi e inutile nelle decisioni. Leone XIV, al contrario, usa il diritto come spina dorsale morale: se crolla quello, crolla tutto.

Anche l’epilogo della sua invocazione va letto in questa chiave. Quando chiede di pregare e affida il Venezuela all’intercessione della Madonna di Coromoto e dei santi citati, non sta “scappando” nella spiritualità. Sta rimettendo il Paese dentro una storia viva, concreta, popolare: non un campo di battaglia simbolico, non un oggetto di scambio, ma una comunità con identità, sofferenze e dignità.

In definitiva, Leone XIV appare così: un Papa gentile, sì, ma con una gentilezza che non è mai compiacente. Un Papa deciso, perché sceglie parole che non ammettono equivoci. Un Papa preciso, perché non si rifugia nel vago. E soprattutto un Papa che, davanti ai potenti, non offre toni da tribunale né sorrisi da salotto: offre una cosa più scomoda, e più rara, la richiesta di restare dentro i limiti. Dentro la Costituzione, dentro i diritti, dentro la sovranità. E, prima di tutto, dentro la vita delle persone che subiscono.