È un’Italia attraversata da uno spaesamento profondo, che genera malessere, paura e violenza, quella descritta dal cardinale Matteo Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, aprendo i lavori del Consiglio permanente in corso da oggi a mercoledì a Roma. Un Paese immerso in quella che Zuppi definisce «l’età della forza», richiamando le parole del “sindaco santo” di Firenze Giorgio La Pira, segnata da «un corteo di antagonismi, polarizzazioni, odio manipolato da campagne interessate che inquinano nel profondo le relazioni e le menti» e che alimentano «il disprezzo della vita, dal suo inizio alla sua fine».
Un quadro severo, che non risparmia nessuno e che individua nella logica del più forte una tentazione tanto grezza quanto illusoria. Una logica che, secondo il cardinale, rischia di scavare solchi profondi nel tessuto umano e sociale del Paese. Eppure, accanto a questa Italia ferita e disorientata, ne esiste un’altra che resiste, meno visibile ma tutt’altro che marginale.
È la «diffusa Italia cattolica», come la definisce Zuppi, popolata da tante “case” diverse «in cui si prega, si fa pace, si servono i poveri, si vive la fraternità». Una realtà che «si prende cura delle ferite del prossimo» e che chiede di «riaccendere la passione di fare comunità», antidoto a quello che il presidente della Cei definisce «un condominio anonimo che condanna alla solitudine». È un mondo che non cerca slogan o risposte virtuali, ma relazioni reali, comunità vive, legami disinteressati.
Nel suo intervento, Zuppi insiste su questo doppio binario che attraversa l’Italia: da un lato una società in cui «prevale la logica grezza e illusoria del più forte», dall’altro un popolo che, pur condividendo le difficoltà comuni, «ha fisso lo sguardo al Signore, speranza e consolazione», e «cerca il volto di Dio» non attraverso idee astratte ma attraverso esperienze concrete di fraternità. Un patrimonio umano e spirituale che, secondo il cardinale, «evita lo smottamento del terreno umano e sociale, quel dissestamento spirituale di una città di tanti individui soli».
Una Chiesa, dunque, che non si chiude nella dimensione privata, ma che continua a far sentire la propria voce anche nella vita pubblica e sui grandi temi civili. Tra questi, il referendum costituzionale sulla giustizia e sulla separazione delle carriere dei magistrati. Una questione che, sottolinea Zuppi, «come Pastori e come comunità ecclesiale, non ci deve lasciare indifferenti». Al centro c’è «un equilibrio tra poteri dello Stato che i padri costituenti ci hanno lasciato come preziosa eredità e che è dovere preservare».
Il presidente della Cei richiama i principi di autonomia e indipendenza della magistratura come «connotati essenziali per l’esercizio di un processo giusto», valori che devono essere perseguiti «pur nelle diverse possibili realizzazioni storiche e nella pluralità di opinioni e orientamenti». Un passaggio che si intreccia con un’altra grande preoccupazione: la crescente disaffezione degli italiani al voto.
Zuppi parla apertamente della fuga dalle urne che ha segnato le ultime tornate elettorali e ribadisce «l’importanza della partecipazione». «Tutti noi parteciperemo, perché corresponsabili del bene comune del nostro Paese», afferma, invitando cittadini e fedeli ad andare a votare «dopo essersi informati e aver ragionato sui temi e sulla posta in gioco per il presente e per il futuro della nostra società, senza lasciarsi irretire da logiche parziali».
Dalla Cei arriva anche l’auspicio che, al di là dell’esito del referendum, «continui l’attenzione sull’esercizio concreto della giurisdizione nel nostro Paese», considerato uno snodo cruciale per la custodia del bene comune. In controluce, resta l’immagine di un’Italia fragile, attraversata da paure e tensioni, ma non priva di anticorpi. Un Paese in cui, accanto al rumore della forza e della polarizzazione, continua a esistere una trama silenziosa di comunità, relazioni e responsabilità condivise.







